Strani fenomeni avvengono in Parlamento. Dal bipolarismo di origine, in pochi mesi siamo passati alla Grande Coalizione (tutti assieme eccetto la Lega). La quale però, al secondo voto di fiducia ha subito perso un pezzo (Idv). E in un’altra occasione (ordine del giorno sulle frequenze tv) ha prodotto un nuovo ibrido: Pd-Idv-Udc-Lega. Alle numerosissime domande indirizzate dai lettori del blog al premier, tutte pertinenti e meritevoli di risposta da parte del governo, ne aggiungo altre due: presidente Monti, qual è la vera maggioranza che sostiene il governo? E da quale coalizione, in verità, lei vorrebbe essere sorretto?

La stagione dei tecnici sarà un terremoto sulla politica, almeno sul quadro che oggi conosciamo. Monti è portatore non soltanto di un preciso disegno economico-finanziario, ma anche di un progetto politico neo-centrista. Che, attenzione, non è nato pochi mesi fa né è frutto dell’emergenza che investe l’Occidente. In molti degli articoli scritti dal professore negli ultimi 15 anni sul Corriere della Sera, è costante la critica al bipolarismo. Il quale – è bene ricordarlo perché troppi spesso lo dimenticano – non è nato con Berlusconi. Il bipolarismo fu istituzionalizzato dai referendum elettorali votati a larga maggioranza dagli italiani negli Anni 90, il primo dei quali risale al 1991 (in cantiere già nel 1990) e fu voluto dall’allora democristiano Mario Segni, dall’allora deputato Pci Augusto Barbera e da Marco Pannella.

Monti è un avversario storico del bipolarismo così come della concertazione. Negli articoli per il Corriere egli ostenta un austero distacco da questioni politiche che non gli competono in quanto economista. Ma il suo pensiero è trasparente: per l’Italia ci vuole una Grande Coalizione o un Grande Centro. Ora la sua visione ha preso forma in questo tecnogoverno a maggioranza variabile, che conta su talmente tanti voti che, di volta in volta, può permettersi di mettere assieme questo o quel partito, e di rinunciare a quest’altro. Sotto l’apparenza dell’ossequio al Parlamento si cela in realtà una sua strumentalizzazione.

Delle opzioni montiane, questo è il momento della Grande Coalizione. Ma dietro le quinte si lavora instancabilmente per sgretolare i partiti maggiori calamitando consenso attorno al Terzo Polo, che è l’unico vero sostenitore “senza se e senza ma” del tecnogoverno. La prospettiva dell’esecutivo dunque non è tecnica, ma politica, e la “fase 2” avrà come protagonista non più Monti ma Corrado Passera. Anche qui, i vecchi scritti  del professore sono illuminanti: egli ritiene che gli uomini forti di un governo siano tre, cioè il premier, il ministro del bilancio e quello “dell’economia reale”, cioè dello sviluppo. Appunto, lui e Passera. Il continuatore.

La situazione finanziaria dell’Italia è ancora così critica, come dimostrano le altalene dello spread e la crescita degli interessi sul debito, da imporre ai partiti maggiori di non sottrarsi a questo temporaneo assetto istituzionale. Vedremo come i mercati si comporteranno nei prossimi mesi quando di tratterà di rinnovare le tranche di titoli pubblici a scadenza. Sarà anche l’indicatore della direzione che prenderà la ristrutturazione dei partiti, anch’essi semi-scaduti.

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