L’intervista a un tassista milanese che ho scritto per il Giornale (questo il link) sta suscitando molto dibattito tra i lettori, con vari commenti in coda all’articolo on-line, nel blog e anche via mail. Riporto di seguito il testo di una delle mail ricevute.

Dr Filippi buongiorno, ho letto il suo articolo di oggi su “IlGiornale” sui tassisti in merito alle probabili liberalizzazioni. Vorrei chiederle una cosa: perché, oltre che ad intervistare tassisti che si lamentano (magari anche a ragione), non vi occupate anche di loro dal punto di vista delle tasse? Vendono licenze (spesso a nero) per centinaia di migliaia si euro, hanno tariffe assurde e non mi risulta che paghino tasse se non in base a fantomatici studi di settore… e se ne vantano pure! Ho due amici tassisti e le dico certe cose con certezza. A Firenze, dove vivo, sono una casta assurda, gente che guadagna migliaia di euro al mese e non versa una lira allo stato; tenga conto che se una licenza costa fino a 300.000 euro ci sarà un motivo, se guadagnassero così poco come dicono certe cifre non sarebbero giustificate. Perché nessuno gli mette un registratore di cassa in macchina? Perché non devono rilasciare uno scontrino? E se poi provano a liberalizzare le licenze entrano subito in guerra e ti paralizzano la città!

La ringrazio per l’attenzione, cordiali saluti

Riccardo

Sgombro subito il campo da equivoci: non ho parenti né amici tassisti, non devo difendere nessuno; l’auto è anche per me uno strumento di lavoro, ma non posso scaricare fiscalmente né l’acquisto del mezzo né il costo della benzina. Un tassista che non paga le tasse è un evasore e va colpito.

Si parla da anni di liberalizzazioni, ma nessuno ha spiegato bene che cosa significa liberalizzare o privatizzare.

Trent’anni fa Prodi ha privatizzato l’Iri svendendo a quattro soldi alcuni dei bocconi più pregiati con i risultati che conosciamo, e per fortuna settori strategici come l’energia sono ancora sotto il controllo statale, altrimenti saremmo già stati colonizzati dalle Sette Sorelle del petrolio. Vent’anni fa Giuliano Amato ha liberalizzato le municipalizzate (acqua, luce, gas); i comuni hanno costituito altrettante spa a capitale pubblico e sono continuati sprechi e lottizzazioni senza controllo. Cinque anni fa le “lenzuolate” di Bersani dovevano trasformare l’Italia: hanno tolto le commissioni di ricarica ai telefonini, facilitato la cancellazione delle ipoteche dai mutui, abolito le carte notarili per la compravendita di veicoli usati, abilitato le parafarmacie negli ipermercati. Guarda caso, c’era una catena pronta da anni: le grandi Coop che già gestivano parecchie farmacie in accordo con le giunte rosse.

Secondo gli artigiani di Mestre, per i bilanci delle famiglie e delle imprese italiane è opportuno che l’avvio delle liberalizzazioni cominci da prodotti energetici (gas, carburanti, elettricità), banche e assicurazioni (rc auto). Nessuno si sogna di intaccare i potentati economici mentre si parla soltanto di tassisti, farmacisti, edicolanti: qualcuno crede davvero che siano loro i poteri forti italiani? E sulle norme relative al lavoro, la trattativa aperta con il sindacato è sinonimo di immobilismo.

Ancora: gestione del ciclo dei rifiuti, acquedotti, trasporto pubblico locale, trasporti ferroviari. Le inefficienze sono sotto gli occhi di tutti. Eppure qui non si parla di liberalizzare, privatizzare, avviare pratiche di concorrenza; tutto deve restare indiscutibilmente in mano all’incapace settore pubblico. All’elenco degli asset da privatizzare aggiungo anche la scuola: faccio mia l’idea del deputato pdl Raffaello Vignali lanciata qualche giorno fa (qui potete leggere la sua proposta). La Costituzione non dice che lo Stato deve gestire le scuole, ma garantire il diritto all’istruzione: e allora avviamo una sana concorrenza anche in questo settore così decisivo nella formazione del capitale umano e abbandoniamo un monopolio che non ha uguali in Europa.

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