In nome di che cosa Luca Abbà si è fatto folgorare in Val Susa (qui la mia cronaca della giornata di ieri)? Non è una domanda retorica. Voleva fare una bravata? A 37 anni non si ha più l’età per queste cose. Una provocazione? Ma scalare un traliccio dell’alta tensione è un gesto contro il buon senso prima che contro la legge. Intendeva suicidarsi davvero, con un gesto totalmente estraneo al carattere della gente di montagna? Voleva fare il «ganassa», diventare famoso con quella telefonata a Radio Black out e quel pugno chiuso esibito come una bandiera? L’ennesimo gesto dimostrativo, dopo le occupazioni simboliche, i tagli delle reti simbolici, gli assalti ai cantieri simbolici, gli scontri con la polizia sanguinosi ma altrettanto simbolici? Pensava di emulare D’Annunzio nella sua personalissima Fiume tra le Alpi?

Stefano Zurlo (questo il suo articolo) racconta con efficacia chi era Abbà: una sorta di «monaco dell’ideologia», che «non accetta mediazioni ma nemmeno cerca il calcolo politico». Che vive in una sorta di conflitto permanente, di mobilitazione sistematica. Una vita votata alla guerriglia perenne.

Era inevitabile che i suoi lo trasformassero immediatamente in un eroe dell’ideologia No Tav. I quali vogliono far credere che la Val Susa è diventata un enorme centro sociale. È falso. Queste sono le menzogne più vergognose e vanno combattute. La gente della Val Susa, i disoccupati dell’indotto Fiat, i giovani che fuggono in cerca di lavoro, ora aspettano quei cantieri. Alle manifestazioni ormai vanno pochissimi valligiani ma centinaia di professionisti della protesta convocati da mezza Italia. Anarchici, autonomi, disobbedienti, personaggi contigui all’eversione. Gente che – appunto – non ha altra ragione di vita che alimentare una lotta continua e vuole estenderla a tutta l’Italia, spalleggiata da intellettuali e politici cui piace giocare con il fuoco delle parole (come chi su Twitter auspica “quei giornalisti andrebbero manganellati” riferendosi a noi del Giornale). Tanto non sono loro a ustionarsi, ma i «monaci dell’ideologia» che si arrampicano sui tralicci.

Immolarsi per la Val Susa su un totem dalle sembianze di un traliccio. Ne vale la pena? La guerra ai treni superveloci è un ideale sufficientemente alto per rischiarci la vita?Auguro ad Abbà di guarire in fretta, e poi di poter dirci con sincerità se la Torino-Lione vale più della sua esistenza.

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