Mesi fa era una minaccia, ora l’uscita della Grecia dall’euro sembra inevitabile. L’aspetto più strano è il voltafaccia della Germania: ora non vale più il tormentone-minaccia per la credibilità della moneta unica e il temuto “effetto contagio”. Da Berlino e Francoforte è partita una campagna mediatica secondo la quale l’addio di Atene è il male minore. Meglio perdere l’anello più debole della catena piuttosto che ammorbidire la linea del rigore contabile e finanziario.

Questi eurotecnocrati, che forse speravano di barattare la Grecia con un consenso elettorale che gli è stato negato, rappresentano un’apocalisse come fosse un temporale estivo. Il ritorno della dracma, dicono, avrebbe sì conseguenze pesantissime per i greci, ma marginali per il resto dell’eurozona. I beni espressi in dracme perderebbero il 40 per cento del valore in euro, con successiva corsa a prelevare contanti dalle banche, controlli sui movimenti di capitali e di merci, crollo del Pil e dei redditi solo parzialmente compensato da vantaggi competitivi nelle esportazioni (i prodotti della piccola manifattura greca costerebbero molto meno) e invece appesantito dall’impennata dei costi delle materie prime e dell’energia. I titoli di credito, privati e pubblici, diventerebbero carta straccia. Ne risentirebbero banche e investitori in possesso di debito greco; ma soprattutto Atene sarebbe costretta a finanziarsi con risorse interne.

Il resto d’Europa, sempre secondo i rigoristi di Berlino e Bruxelles, sconterebbe qualche tensione sugli spread e nelle Borse, compensati dalla mancata erogazione del prestito straordinario da 240 miliardi di euro previsto dal Memorandum su cui si è spaccato il Paese. Qualcuno (non so quanto a proposito) sventola addirittura il paragone con la crisi argentina da cui il grande stato latinoamericano si è ripreso, sebbene a scapito – tra gli altri – di milioni di risparmiatori europei. Se va a remengo uno stato come la Grecia (con la sua storia e soprattutto la posizione strategica per i rapporti con la Russia e la Turchia), affari loro. Questa è la spietata solidarietà del rigore.

La politica greca, che dovrebbe gestire questa fase, è paralizzata. Otto giorni fa dalle urne è uscito un Parlamento ingovernabile. In una settimana i leader dei tre maggiori partiti non sono riusciti a trovare un accordo. Si scivola verso nuove elezioni ad appena 40 giorni dalle precedenti, nelle quali – secondo i sondaggi – prevarranno le forze radicali anti-europee, di estrema destra ed estrema sinistra e il ritorno alla dracma sarebbe assicurato. Nel frattempo il Paese sarà governato non più da un tecnico (l’ex presidente della Banca di Grecia ci ha già provato ed è durato sei mesi) ma, secondo la Costituzione ellenica, da un alto magistrato scelto dall’ultraottantenne capo dello stato.

Questa è la prospettiva per gli ellenici se la politica greca non si decide a decidere, in un senso o nell’altro. Ora sostituite la parola “Roma” ad “Atene” e vedrete se non camminiamo anche noi sull’orlo del burrone. Abbiamo visto come si è giunti alla creazione dell’euro. L’esperienza dei tecnici in Grecia è durata pochissimo. La politica del rigore è ormai intollerabile, come confermano i dati elettorali di mezza Europa. In Germania avanzano i Pirati, in Francia la figlia di Le Pen, in Grecia tre partiti di estrema sinistra e uno neo-nazista. Da noi c’è Grillo. E’ così che si costruisce il futuro?