L’acciaieria di Taranto e il groviglio tra diritto alla salute e diritto al lavoro si sta dimostrando l’ennesimo capitolo della sfida lanciata dalla magistratura alla politica nell’ultimo ventennio, apertosi con la stagione di Mani pulite e segnato dalla «berlusconeide» giudiziaria.
In ossequio a un rispetto formalistico della legge, le toghe di Taranto stanno chiudendo uno stabilimento che dà lavoro – diretto e nell’indotto – a 20mila persone: significa togliere l’ossigeno a una città e danneggiare l’intero Paese. La tutela della salute e dell’ambiente è un bene, ma occorre perseguirlo nel modo più adeguato, cioè tenendo conto di tutti i fattori in gioco: spegnere un altoforno è un danno irreparabile, mentre – se esiste la volontà di farlo – si possono trovare soluzioni ragionevoli e graduali per mettere in sicurezza gli impianti senza comprometterne il futuro.
La magistratura non vuole sentire ragione. Così è scesa in campo la politica: i leader della maggioranza sono compatti (non dimentichiamo che il presidente Ilva, l’ex prefetto Bruno Ferrante, fu candidato del centrosinistra a sindaco di Milano), il governo ha annunciato ricorsi alla Consulta, il ministero valuterà la legittimità dei provvedimenti. C’è anche l’appoggio dei sindacati.
Per vent’anni una gran parte della politica si è trincerata dietro la magistratura per nascondere la propria incapacità e, soprattutto, per eliminare il grande nemico Silvio Berlusconi. Il quale è stato lasciato solo nel denunciare lo strapotere delle toghe, e questa sua battaglia è stata raccontata come difesa del proprio interesse. Ora lo scenario politico è mutato, ma la magistratura non ha allentato la morsa: indagini su nuovi ministri e sottosegretari, intercettazioni sul capo dello stato, infine la sfida dell’Ilva.
Improvvisamente Bersani, la Camusso, Vendola, Napolitano, Casini, i tecnici al governo, i poteri forti che li spalleggiano, scoprono che è stato un errore consegnare ai giudici le chiavi del Paese. E reagiscono: giustamente, ma un po’ ipocritamente.
Spero che questo risveglio non sia tardivo. La politica assomiglia molto all’altoforno di Taranto: una volta spento, è impresa titanica (e costosissima) riaccenderlo. Difficilissimo sarà riprendere lo spazio colpevolmente ceduto alle procure in nome di interessi di bottega antiberlusconiani: sì, interessi, e qui nessuno ne evoca i «conflitti».

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