Beppe Grillo non può tirarsi fuori così dalle polemiche delle ultime ore sulle pistolettate esplose da Luigi Preiti. Ho ascoltato alcune sue dichiarazioni: «Siamo un movimento non violento, siamo pacifisti, noi raccogliamo firme ai banchetti, facciamo referendum e leggi popolari. Ci discostiamo da questa onda». È vero. Ma non è tutto. Grillo è quello che invitava al Qaida a bombardare Montecitorio, che da anni urla «vaffa» ai politici, che voleva marciare su Roma: una mossa dalla quale perfino Stefano Rodotà ha preso le distanze per la violenta carica evocativa che poteva suscitare. Per fortuna è stata annullata.

Non si può dire che Grillo abbia armato la mano di Preiti, un disperato che però non ha perso la lucidità di pianificare con cura un attentato folle quanto grave in giorno, ora e luogo non casuali. Ha detto che voleva colpire i politici. Ha centrato due carabinieri, uno dei quali rischia di passare il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle.

La questione è se il linguaggio e la protesta unilaterale del grillismo (la colpa di tutto è la politica), il modo di esasperare la disperazione di un numero crescente di italiani, hanno effetti violenti, tanto non voluti quanto reali. Soltanto tra i grillini si sono manifestati «distinzioni», solidarietà ai feriti ma non ai politici cui l’attentato era diretto. È un grillino, il consigliere comunale torinese Vittorio Bertola, colui che ha scritto su Facebook: «Il vero problema non è che qualcuno vada davanti a Palazzo Chigi e spari durante il giuramento del governo, ma che in questo momento, ne sono assolutamente certo, ci sono alcuni milioni di italiani che pensano “peccato che non abbia fatto secco almeno un ministro”». È una galassia composita che comprende grillini, centri sociali anarchici, estrema sinistra e cittadini esasperati, che si scontra contro le forze dell’ordine in Val Susa, colpevoli di fare rispettare le leggi.

Ed è ancora un grillino, il professor Paolo Becchi, a introdurre la domanda che non manca mai in questi casi: cui prodest? A chi giova? «Un attentato come questo – ha scritto Becchi sul blog di Grillo – ricompatta con il solito vecchio cliché: uniti contro la violenza e, al contempo, uniti contro chi semina la violenza e qui il messaggio è chiaro. Del gesto eclatante vi è comunque un responsabile: il M5S che con il suo linguaggio inciterebbe ad atti di questa natura. E così si prendono due piccioni con una fava». Ecco il complotto della politica che colpisce se stessa per colpire in realtà il movimento. L’obiettivo di essere “uniti contro la violenza” diventa un cliché, un luogo comune che Becchi getta nella spazzatura. Vergogna.

Tutta colpa del grillismo? Per carità. Ognuno è responsabile delle proprie azioni, compresi Preite e il poveretto che spaccò la faccia a Berlusconi tirandogli una statuetta del Duomo. In questi vent’anni di contrapposizioni frontali è stato seminato odio e disprezzo contro la classe politica da parte di partiti, giornali, editori di libri, intellettuali. Ci vorrà tempo per tornare a un clima meno incandescente, e mi auguro che il governo di Enrico Letta possa dare un contributo. Io non auspico il «volemose bene» o il silenziatore sulle differenze, ma il riconoscimento reciproco, la legittimazione dell’altro: ammettere che l’altro è un bene, una risorsa, anche in politica, come ha scritto recentemente su Repubblica don Julián Carrón.

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