Di problemi migratori non si parlava da due anni, dai tempi degli sbarchi massicci dal Nordafrica percosso dalle rivolte della «primavera araba». Ora il neo ministro Cécile Kyenge ha riaperto una discussione che non si sta sviluppando serenamente. Io eviterei le ideologizzazioni tipo «buonismo contro rigore» e starei ai fatti. Più il governo sarà pragmatico, più efficace sarà la sua azione.
La crisi economica ha profondamente modificato il fenomeno migratorio. L’emergenza sbarchi è notevolmente ridimensionata rispetto a qualche anno fa, e così pure la presenza di clandestini. Viceversa va gestito un fenomeno più consistente rispetto al passato, cioè il numero di stranieri che si stabilizza in Italia. È in continua crescita il numero di persone per le quali il nostro Paese non è un punto di approdo temporaneo ma una terra dove vivere. Lo si deduce da una serie di indicatori statistici: aumentano infatti i ricongiungimenti familiari, i matrimoni misti, le iscrizioni scolastiche, le domande di cittadinanza, le rimesse verso l’estero.
I dati tuttavia non mostrano ancora un fenomeno che va in controtendenza: c’è una quota crescente di immigrati, soprattutto da Paesi comunitari (che quindi non sono clandestini ma hanno libertà di circolazione) che stanno ritornando nei Paesi d’origine. Soprattutto dal Nord Italia questa «emigrazione di ritorno» si sta facendo sentire. Meglio tornare a casa piuttosto che restare in un Paese in declino, senza lavoro, senza prospettive.
Voglio dire che, sui temi legati ai flussi migratori, dobbiamo ragionare sempre meno in termini di emergenza e sempre più di governo. I modelli culturali prevalenti in Europa (sintetizzando: l’assimilazionismo francese e il multiculturalismo relativista inglese) hanno mostrato i loro limiti, mentre si diffonde nei fatti quel «meticciato» di cui parlò per primo il cardinale Angelo Scola: una mescolanza di persone e culture che va gestita. La gran parte degli immigrati presenti in Italia si è rivelata una risorsa per il Paese: pensiamo a quanti lavori svolgono nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi alle persone, al reddito prodotto e alle tasse versate. Pensiamo al fatto che a Milano i signori Hu sono già più numerosi dei Brambilla (non ancora dei Rossi), che a Brescia il cognome più diffuso è Singh e a Prato, un tempo patria dei Gori, è Chen.
Stiamo ai fatti, dunque, non alle ideologie. L’immigrazione va affrontata con modi diversi dal recente passato. Ben venga il dibattito riaperto dal ministro. Ma anche lei, dottoressa Kyenge, che pure ha alle spalle una storia di sofferenza ma anche di successo, non ne faccia una questione di principio e affronti i problemi reali: diamo una mano, anche facilitando l’acquisizione della cittadinanza, a quanti hanno dimostrato di volersi integrare (e sono la grande maggioranza), senza dare segnali di cedimento sul fronte degli ingressi, della sicurezza e dell’ordine pubblico.

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