Eugenio Scalfari ha incontrato ieri, giovedì 21 novembre, un gruppo di giornalisti della stampa estera a Roma. Ne apprendo i particolari da queste due fonti, colleghi che conosco e stimo: il blog Rossoporpora del vaticanista elvetico Giuseppe Rusconi e l’autorevole Vatican Insider che pubblica un resoconto di Andrés Beltramo Álvarez. Non credevo ai miei occhi mentre leggevo. Scalfari, il fondatore di Repubblica, il vate del giornalismo italiano, punto di riferimento per generazioni di cronisti, pensatore con velleità filosofiche, intervistatore del pontefice, ha dichiarato di aver attribuito a Papa Francesco frasi da lui non dette.

Si tratta del resoconto del lungo incontro concesso da Bergoglio a Scalfari in seguito alla lettera inviata al giornalista e pubblicata su Repubblica l’11 settembre scorso. Dopo la pubblicazione della prima enciclica pontificia Lumen Fidei, Scalfari aveva scritto due articoli su Repubblica sollevando dubbi e interrogativi. Sorprendentemente, il papa ha risposto di suo pugno con un bellissimo intervento intitolato Lettera a chi non crede che potete leggere (o rileggere, è una lettura sempre nuova) qui. A quello scambio di scritti è seguito un dialogo a tu per tu nella residenza del papa, il cui resoconto è stato pubblicato da Repubblica il 1° ottobre. Il racconto di questo rapporto, raccontato da Rusconi e Álvarez, è molto godibile.

Questo testo è apparso fin da subito “strano”, con frasi evidentemente apocrife, che il papa mai avrebbe potuto pronunciare. Nei giorni scorsi, dopo qualche polemica finora circoscritta tra addetti ai lavori, il Vaticano ha tolto quell’intervista dal sito ufficiale. Ed ecco svelato l’arcano. A noi, in questa sede, interessa considerare il metodo giornalistico di Scalfari. Il quale non prende mai appunti, né registra; egli invece conserva nella sua prodigiosa memoria di ultraottuagenario e poi trascrive liberamente. “Cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie” fino ad attribuire all’interlocutore cose mai dette: “Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge”.

Un’intervista “creativa”, insomma, che mescola detto e non detto, testo e interpretazione, con tanti saluti al vecchio motto “i fatti separati dalle opinioni”. E alle regole professionali. E’ il “metodo Repubblica“.

In tutto questo, la persona di papa Francesco mi appare ancora più grande perché è un uomo che si fida. Ha corso il rischio di mettersi nelle mani di un giornalista (con altrettanti saluti ai detrattori della nostra bistrattata professione) perché il dialogo, l’incontro personale, l’approfondimento delle ragioni del vivere per lui valgono il rischio di essere frainteso. E questo è un metodo che tutti dovremmo imparare.

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