{"id":17155,"date":"2019-10-20T20:08:56","date_gmt":"2019-10-20T20:08:56","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/?p=17155"},"modified":"2019-10-20T22:43:45","modified_gmt":"2019-10-20T22:43:45","slug":"endre-tot-lartista-ungherese-che-si-fece-gioco-del-regime-comunista-vicino-al-movimento-fluxus-ora-e-in-mostra-alla-loom-gallery-di-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2019\/10\/20\/endre-tot-lartista-ungherese-che-si-fece-gioco-del-regime-comunista-vicino-al-movimento-fluxus-ora-e-in-mostra-alla-loom-gallery-di-milano\/","title":{"rendered":"Endre Tot, l\u2019artista ungherese che si prese gioco del regime comunista.  Vicino al movimento Fluxus ora \u00e8  in mostra alla Loom Gallery di Milano."},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/1-2-1068x1036-2-e1571601480263.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-17156\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/1-2-1068x1036-2-e1571601480263.jpg\" alt=\"1-2-1068x1036 (2)\" width=\"524\" height=\"508\" \/><\/a>\u201cVery Special Gladnesses\u201d \u00e8 la prima personale di Endre Tot, artista ungherese vicino al movimento Fluxus, alla Loom Gallery (Via Marsala 7) e prende il titolo da una serie di opere pubblicate a doppia pagina nel Luglio 1976 sul numero 66-67 di Flash Art. Quei lavori sono oggi esposti in galleria e visitabili fino al 3 novembre 2019.<\/strong> L\u2019artista Endre Tot\u00a0 si misura da circa cinquant\u2019anni sui concetti di Zero e Joy. Zero come zero vale come \u00a0nulla, Joy sta come emblema e segnale dell\u2019esistente. Che \u00e8 come dire muoversi\u00a0 tra l\u2019essere e il nulla. <strong>Zero e Joy appaiono per la prima volta nel lavoro di Endre Tot nel 1971 quando, avendo abbandonato la pittura all\u2019inizio del decennio, realizza un foglio di cartone in formato cartolina con la frase: \u201cI am glad that I could have this sentence printed.\u201d<\/strong> Questo banale svolgimento\u00a0 \u00e8 divenuto \u00a0il prototipo di tu<strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/Endre-To\u0301t_TO\u0301TalJOYS-street-actions-Geneva-1976-silver-gelatine-print-50-x-62-cm-3.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"  wp-image-17157 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/Endre-To\u0301t_TO\u0301TalJOYS-street-actions-Geneva-1976-silver-gelatine-print-50-x-62-cm-3.jpeg\" alt=\"Endre-To\u0301t_TO\u0301TalJOYS-street-actions-Geneva-1976-silver-gelatine-print-50-x-62-cm-3\" width=\"488\" height=\"408\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/Endre-To\u0301t_TO\u0301TalJOYS-street-actions-Geneva-1976-silver-gelatine-print-50-x-62-cm-3.jpeg 574w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/Endre-To\u0301t_TO\u0301TalJOYS-street-actions-Geneva-1976-silver-gelatine-print-50-x-62-cm-3-300x251.jpeg 300w\" sizes=\"(max-width: 488px) 100vw, 488px\" \/><\/a><\/strong>tti i successivi Joy- pieces, che presentano come componente fondamentale, vale a dire una dichiarazione che inizia con le parole \u201cI am glad if\/when&#8230;\u201d sull\u2019opera stessa o nel titolo. Potremmo aggiungere che questa piccola stampa, esprimente la vitalit\u00e0 e la gioia \u00a0dell\u2019artista nel creare le sue opere,\u00a0 si segnale \u00a0come gesto artistico e \u00a0ironico nello stesso tempo che certo mirava a criticare la dittatura socialista degli anni \u201970. Decenni dopo l\u2019artista scrive: \u201c<strong>Le mie Joys erano i riflessi dello stato totalita<\/strong><strong>rio degli anni Settanta. Ho risposto con l\u2019assurda euforia di Joys alla censura, all\u2019isolamento, alla soppressione percepita in ogni campo della vita, sebbene questa soppressione abbia funzionato con i mezzi pi\u00f9 sottili, difficilmente visibili. Non<\/strong><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_3-768x511.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-17158\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_3-768x511.jpg\" alt=\"ET_3-768x511\" width=\"555\" height=\"369\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_3-768x511.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_3-768x511-300x200.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 555px) 100vw, 555px\" \/><\/a><\/strong><strong>dimeno non ero un cosiddetto artista politicamente impegnato. Ho risposto pi\u00f9 indirettamente all\u2019et\u00e0 in cui dovevo vivere. Con umorismo, facilit\u00e0 e una certa filosofia. Ho costantemente evitato i colori scuri e il dramma nei lavori. Se trascurassi l\u2019effetto<\/strong> <strong>soffocante dell\u2019ideologia dell\u2019epoca, direi che queste erano le gioie dell\u2019isolamento, il piacere della solitudine. Qualcosa che si pu\u00f2 sperimentare nella soppressione, ma anche nella pi\u00f9 grande libert\u00e0.\u201d<\/strong> Negli anni \u201970 l\u2019idea di Joy si sviluppa e si amplia anche con \u00a0l\u2019impiego di vari mezzi contaminati dai media, ed ecco \u00a0dattiloscritti su carta, azioni pubbliche, francobolli per artisti, opere di mail art, libri d\u2019artista, fotografie e film. Persino il ritratto del suo volto sorridente\u00a0 diviene velocemente \u00a0il simbolo delle sue Joys, che, grazie alla sua semplice corrispondenza e alla sua apparizione in numerose \u00a0mostre internazionali, entro la fine del decennio, raggiungono la fama in tutto il mondo andando ad identificare il suo lavoro, cos\u00ec come l\u2019aggettivo \u201cTotal\u201d, formato scherzosamente da una sorta di anagramma del \u00a0suo nome. Durante la prima met\u00e0 degli anni \u201970 dall\u2019idea di Joy prende inizioanche\u00a0 l\u2019actionism di Endre Tot, pertantio alle sue prime opere concettuali, esclusivamente testuali, seguono pezzi che incorporano anche frammenti di informazioni visive ed inizia a creare la sua serie intitolata Very Special Gladnesses, in cui le sue fotografie vengono accompagnate da un testo. <strong>Una vera e propria trasmigrazione dalla poesia visiva.<\/strong> <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_4-768x512@2x-e1571601578486.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" size-full wp-image-17159 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/ET_4-768x512@2x-e1571601578486.jpg\" alt=\"ET_4-768x512@2x\" width=\"536\" height=\"357\" \/><\/a>A determinare il riconoscimento internazionale del lavoro di Endre Tot \u00e8 la presentazione delle sue opere alla Biennale di Parigi del 1971 a cui seguiranno numerosi inviti per apparizioni all\u2019estero. \u00a0E poi anche utilizzando le offerte in esposizioni singolari, <strong>eseguir\u00e0 \u00a0contemporaneamente in varie \u00a0occasioni, azioni in pubblico in Europa occidentale, ma anche nel blocco orientale comunista come in Jugoslavia e in Polonia. My Unpainted Canvases (1971), primo libro di artista di Endre Tot, pu\u00f2 essere considerato il manifesto del suo allontanamento dalla pittura.<\/strong> Le illustrazioni sono dei rettangoli bianchi di variabili proporzioni, mentre il testo consiste in dati che ne indicano le dimensioni. Questo libro d\u2019artista segna la prima apparizione dell\u2019assenza nell\u2019arte di Endre Tot. Proprio come i rettangoli vuoti prendono il posto delle riproduzioni pittoriche, nelle prime opere di Zero, i caratteri del testo in primo piano vengono sostituiti da zeri.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/371535c9-ef98-4098-927b-3c515a2ba463_338.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-17160\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/371535c9-ef98-4098-927b-3c515a2ba463_338.jpeg\" alt=\"371535c9-ef98-4098-927b-3c515a2ba463_338\" width=\"232\" height=\"338\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/371535c9-ef98-4098-927b-3c515a2ba463_338.jpeg 232w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2019\/10\/371535c9-ef98-4098-927b-3c515a2ba463_338-206x300.jpeg 206w\" sizes=\"(max-width: 232px) 100vw, 232px\" \/><\/a> <strong>I pezzi di carta, dattiloscritti o stampati, destinati alla consegna postale e quindi effettivamente pubblicati, appartengono al genere della mail art, <\/strong>campo <strong>in cui Endre Tot risulta come figura pionieristica.<\/strong> Grazie all\u2019unicit\u00e0 di questi suoi lavori e alle sue straordinarie attivit\u00e0 <strong>si muove nei circuiti degli artisti pi\u00f9 importanti associati a fluxus e all\u2019arte concettuale.<\/strong> Il segno \u201cZero\u201d, come incarnazione del concetto matematico del nulla, che, coprendo le parole e le frasi, allude alla mancanza, insufficienza e impossibilit\u00e0 di comunicazione, subisce un graduale processo di emancipazione divenendo motivo centrale del suo lavoro come simbolo del nulla. Per Endre Tot, la creazione delle sue opere \u00e8 principalmente un\u2019attivit\u00e0 intellettuale, la stessa che lui si aspetta da chi le guarder\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco poi quanto scrive Giancarlo Politi (luglio 2019) \u00a0in occasione di questa mostra a Milano: \u201c \u00a0BUDA-PEST, ENDRE TOT E L\u2019ARTE CLANDESTINA. Il mio primo viaggio a Budapest per conoscere gli artisti del dissenso, avvenne nel 1975 e in quell\u2019occasione incontrai Gabor Attalai, che era il pi\u00f9 conosciuto e anche il pi\u00f9 visibile data la sua statura e i capelli lunghi ma anche il mite Endre Tot che mi sommerse con le sue cartoline piene di timbri con molti zeri (000 000000) e di NOTHING, o di\u00a0We are glad if we are happy\u00a0(Noi siamo contenti se siamo felici) forse a significare il silenzio a cui era ridotta la cultura e l\u2019assoluto divieto di movimento e spesso anche di parola (con gli estranei) in quel momento in Ungheria. Endre Tot, apparentemente il pi\u00f9 mite degli artisti del dissenso, era invece il pi\u00f9 esplosivo e determinato. La sua carica interiore si avvertiva anche dal sorriso\u00a0ironico\u00a0e sarcastico. <strong>Ricordo infatti che lui era uno degli artisti pi\u00f9 controllati dai servizi segreti e anche il nostro incontro si realizz\u00f2 a casa sua ma dopo vari depistamenti. Prima prendemmo la metropolitana, poi un tram, quindi un lungo tratto a piedi e poi di nuovo un altro tram per arrivare vicino alla sua abitazione. Per me era un divertimento ma ricordo che lui sudava freddo. Anche se poi capii che lui giocava con la polizia segreta come a guardie e ladri. Ma a lui era severamente vietato incontrare stranieri, soprattutto giornalisti. <\/strong>La nostra conversazione fu molto approssimativa perch\u00e9 lui parlava bene il tedesco ma conosceva pochissime parole di inglese. Capii per\u00f2 che Budapest e l\u2019Ungheria gli stavano stretti (invece a me sembr\u00f2 un bellissimo paese e una citt\u00e0 magica, anzi, due citt\u00e0, Buda e Pest, divise dal Danubio). E dove un occidentale poteva mangiare un goulasch a un prezzo da non credere. A Buda-Pest Endre Tot mi fece scoprire le pi\u00f9 belle terme del mondo (almeno per me) dove poi io trascorsi molte ore incurante dell\u2019igiene molto scarsa di quei tempi e in quel luogo promiscuo. Ma sopravvissi felicemente. I miei anticorpi erano pi\u00f9 forti dei virus termali. Endre si teneva in contatto con il mondo attraverso la Mail Art, a quei tempi anticipatrice di Wikipedia: infatti tutti gli artisti della Mail Art di tutto il mondo (dal Canada dove viveva il padre della Mail Art, Ray Johnson, all\u2019Europa, ai paesi nella cortina di Ferro, sino alla Russia) si conoscevano. Fu Ben Vautier, esponente di Fluxus che mi parl\u00f2 di Tot, dicendomi che era molto interessante ed aveva partecipato ad alcune manifestazioni Fluxus. Il quale Fluxus era ben radicato nei paesi della cortina di ferro, perch\u00e9 le autorit\u00e0 non potevano impedire ad una allegra brigata di cantare, ubriacarsi, recitare nelle strade, mascherarsi o tingersi il viso. Perch\u00e9 Fluxus a quei tempi era questo. E di tutto ci\u00f2 poi \u00e8 restata solo qualche sbiadita immagine fotografica. Ecco, c\u2019\u00e8 da dire che i movimenti della Mail Art e di Fluxus furono i grandi ambasciatori della dissidenza verso l\u2019Occidente. <strong>Anche a Praga, con cui Endre Tot era in contatto, i tre pi\u00f9 famosi artisti concettuali, Karel Miler, Jan Mlcoch e Petr Stembera, in realt\u00e0 operavano come artisti clandestini, sfidando spesso la polizia e in qualche caso irridendola. <\/strong>Fuori Praga, quando interveniva la polizia (che li teneva d\u2019occhio), restava con le pive nel sacco, perch\u00e9 trovava solo tre burloni che effettuavano un picnic nel bosco con tanta birra e poco companatico. Credo che lo stesso avvenisse a Budapest, dove Endre Tot sapeva destreggiarsi con estrema intelligenza. Trascorsi con loro un paio di giorni molto divertenti, poi tornai a Milano, con la promessa di restare in contatto epistolare. Ma Endre Tot scomparve subito dal mio radar. Gli scrivevo ma non ottenevo risposta. E questo per un po\u2019 di tempo, sino a quando Attalai mi inform\u00f2 che Endre era riuscito, con una borsa di studio della famosa istituzione berlinese DAAD a recarsi a Berlino, dopo che le autorit\u00e0 gli avevano negato il visto numerose volte. Infine, l\u2019autorevolezza dell\u2019istituzione e una stampa tedesca a suo favore, gli permisero di lasciare Budapest. Endre Tot, una volta a Berlino, decise di dire addio al suo paese. A Berlino si trattenne un anno, tanto era la durata della famosa e opulenta borsa di studio che offriva un\u2019abitazione, un luogo per lavorare e un salario per vivere alla grande. Poi, ma io ne avevo perso le tracce, da amici comuni seppi che Endre Tot viveva a Colonia, dove si era integrato e con qualche borsa di studio e qualche vendita o forse l\u2019insegnamento, se la cavava piuttosto bene. Questa \u00e8 la storia del mio incontro con Endre Tot nel 1975. E ora, dopo 44 anni me lo ritrovo a Milano. Chiss\u00e0 se avr\u00f2 la forza di incontrarlo. Rivedere le persone dopo quasi 50 anni mi fa paura. Perch\u00e9 nessuno dei due \u00e8 come quando ci siamo conosciuti.\u00a0\u00c8\u00a0accaduto anche con Milan Knizak, incontrato a Praga nel 1976 e che io e Helena frequentammo a lungo. All\u2019epoca era un artista battagliero, impegnato contro il regime e che fu messo anche in prigione. Quando l\u2019ho incontrato nuovamente dopo 30 anni, era diventato un burocrate di stato, nemico acerrimo dei giovani artisti che ha boicottato in tutti i modi. Ma anche questo fa parte della vita\u201d.<\/p>\n<p><strong>Endre Tot, nato a S\u00fcmeg, in Ungheria, nel 1937, \u00e8 un artista ungherese che vive e lavora a Colonia, in Germania. Tot ha partecipato al movimento Fluxus ed \u00e8 ben noto per i suoi progetti artistici di posta, l&#8217;uso di copie xerox e l&#8217;uso di timbri con chiare dichiarazioni di testo concettuali.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Carlo Franza <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u201cVery Special Gladnesses\u201d \u00e8 la prima personale di Endre Tot, artista ungherese vicino al movimento Fluxus, alla Loom Gallery (Via Marsala 7) e prende il titolo da una serie di opere pubblicate a doppia pagina nel Luglio 1976 sul numero 66-67 di Flash Art. Quei lavori sono oggi esposti in galleria e visitabili fino al 3 novembre 2019. L\u2019artista Endre Tot\u00a0 si misura da circa cinquant\u2019anni sui concetti di Zero e Joy. Zero come zero vale come \u00a0nulla, Joy sta come emblema e segnale dell\u2019esistente. Che \u00e8 come dire muoversi\u00a0 tra l\u2019essere e il nulla. 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