{"id":20062,"date":"2020-08-05T20:51:13","date_gmt":"2020-08-05T20:51:13","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/?p=20062"},"modified":"2020-08-05T20:51:13","modified_gmt":"2020-08-05T20:51:13","slug":"il-poeta-francesco-giusti-e-il-suo-quando-le-ombre-si-staccano-dal-muro-pubblicato-da-quodlibet-un-libro-rigoglioso-e-sacrale-che-si-avvale-di-un-bilinguismo-senza-precedenti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2020\/08\/05\/il-poeta-francesco-giusti-e-il-suo-quando-le-ombre-si-staccano-dal-muro-pubblicato-da-quodlibet-un-libro-rigoglioso-e-sacrale-che-si-avvale-di-un-bilinguismo-senza-precedenti\/","title":{"rendered":"Il poeta Francesco Giusti e il suo \u201cQuando le ombre si staccano dal muro\u201d pubblicato da Quodlibet. Un libro rigoglioso e sacrale che si avvale di un bilinguismo senza precedenti."},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/cover__id4809_w302_t1549968964__1x.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-20063\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/cover__id4809_w302_t1549968964__1x.jpg\" alt=\"\" width=\"302\" height=\"480\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/cover__id4809_w302_t1549968964__1x.jpg 302w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/cover__id4809_w302_t1549968964__1x-189x300.jpg 189w\" sizes=\"(max-width: 302px) 100vw, 302px\" \/><\/a>Francesco Giusti (Venezia 1952) appartiene a una generazione di poeti che segue quella dei nati negli anni Venti, come Pasolini, Loi, Pedretti e altri. La sua \u00e8 una generazione che scrive tanto in dialetto che in lingua, una generazione, cio\u00e8, per la quale il movimento, quasi l\u2019andirivieni da una lingua all\u2019altra, \u00e8 connaturato al gesto poetico. Le due lingue si nutrono l\u2019un l\u2019altra e vivono cos\u00ec intimamente l\u2019una per l\u2019altra, che anche quando una delle due sembra assente, essa dev\u2019essere considerata virtualmente presente. Giusti scrive soprattutto in un inconfondibile, asintattico, rigoglioso italiano, ma c\u2019\u00e8 sempre dialetto nella sua poesia in lingua, cos\u00ec come c\u2019\u00e8 sempre lingua nel suo liquido dialetto veneziano. In questa ultima e pi\u00f9 matura raccolta, il poeta, con una novit\u00e0 forse senza precedenti, pu\u00f2 cos\u00ec invertire il movimento abituale della traduzione, che va dal dialetto alla lingua, e traduce in dialetto alcune delle sue poesie in lingua, come se la poesia non potesse pi\u00f9 dimorare nell\u2019identit\u00e0 di una sola lingua e, in una sorta di trafelato bilinguismo, si muovesse incessantemente da una lingua all\u2019altra, quasi a significare che il suo vero luogo \u00e8 nello spazio bianco che le unisce e divide. <em>Quando le ombre si staccano dal muro (prefazione di Giorgio Agamben, saggio di Elenio Cicchini,, pp. 136, Euro 16,00), <\/em>\u00a0permetter\u00e0 a un pubblico pi\u00f9 ampio di conoscere una voce originalissima nella poesia italiana tra i due secoli. Francesco Giusti, classe \u201952, \u00e8 un poeta che ha una lunga carriera alle spalle. Da poco \u00e8 uscito il suo ultimo libro, <em>Quando le ombre si staccano dal muro<\/em>, per Quodlibet, nella <strong>collana \u00abbilingue\u00bb <em>Ardilut<\/em><\/strong>, da poco inaugurata da Giorgio Agamben e che comprende autori come Zanzotto e Pier Paolo Pasolini. Francesco Giusti (Venezia 1952) scrive poesie e disegna fin dagli inizi degli anni Ottanta. Fra i suoi libri recenti ricordiamo <em>Accanto ai denti dell\u2019eterno<\/em> (Di Felice, 2012), <em>De un dir apocrifo<\/em> (Campanotto, 2014), <em>E torna l\u2019autunno<\/em> (The Writer, 2016), <em>Senza nome<\/em> (Campanotto, 2017), tutti con disegni dell\u2019autore. Ha inoltre pubblicato vari libri d\u2019artista, a tiratura limitata. Su di lui hanno scritto Paolo Ruffilli, Giorgio Agamben, Annelisa Alleva, Tommaso Ottonieri, Franco Beltrametti, Giulia Nicolai, Pier Franco Uliana.<\/p>\n<p><strong>Francesco Giusti, classe \u201952, \u00e8 un poeta che ha una lunga carriera alle spalle. Da poco \u00e8 uscito il suo ultimo libro, <em>Quando le<\/em><\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_20064\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/IMG_20190328_144912.jpg\"><img aria-describedby=\"caption-attachment-20064\" loading=\"lazy\" class=\"size-full wp-image-20064\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/IMG_20190328_144912.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"667\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/IMG_20190328_144912.jpg 500w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/IMG_20190328_144912-225x300.jpg 225w\" sizes=\"(max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-20064\" class=\"wp-caption-text\">sdr<\/p><\/div>\n<p><strong><em>ombre si staccano dal muro<\/em>, per Quodlibet, nella<\/strong> <strong>collana \u00abbilingue\u00bb <em>Ardilut<\/em><\/strong>, <strong>da poco inaugurata da Giorgio Agamben e che comprende autori come Zanzotto e Pier Paolo Pasolini.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il libro si articola in sezioni,<\/strong> precedute da una poesia fuori campo, <em>Orme<\/em>, che rivela una funzione esegetica della raccolta stessa. Inizia cos\u00ec: \u201cRientrato cercher\u00f2 un angolo stretto\u201d. In un verso riassume l\u2019intento del libro: il ritorno da una lingua a un\u2019altra. Infatti, <strong>la raccolta \u00e8 composta di poesie interamente in lingua dialettale<\/strong>\u00a0con traduzione a fronte dello stesso autore. <strong>Agamben riporta in prefazione una citazione di Giusti: \u201cLa sfida \u00e8 portare vicendevolmente la parola scritta e quella orale (visibile e invisibile) a dire quel che non \u00e8 possibile all\u2019altra: ammasso di aggettivi\u201d<\/strong>, e questa dicotomia \u00e8 applicabile non solo tra parola scritta e orale, ma anche\u00a0tra dialetto e la lingua italiana. <strong>La lingua si muove in continuo tra queste due regioni<\/strong>: nella sezione\u00a0<em>Lingua con lingua<\/em>, si parte dall\u2019italiano per approdare poi alla traduzione in dialetto; invece, in <em>Lengua co\u2019 lengua,<\/em> avviene il contrario. A reggere l\u2019andamento non c\u2019\u00e8 nessuna azione se non <strong>la memoria, il tempo fuggito, <\/strong>che in Giusti si distende con l\u2019uso per lo pi\u00f9 di un verso lungo, che ricopre spesso tutto lo spazio dell\u2019impossibile della pagina: questo spazio bianco non \u00e8 solo una pausa di lettura, ma \u00e8 attesa, \u00e8 amore per il verso che diventa un verso.<\/p>\n<p><strong>\u201cLe ombre\u201d<\/strong> che compaiono nel titolo pervadono l\u2019intera raccolta, <strong>sono <em>simulacra<\/em><\/strong>, pezzi che provengono da un passato vivo ancora nella scrittura e per la scrittura: \u201cA parecchie cose ci porta la baldanza di un fuoco\u201d. La parola \u201c<strong>essere<\/strong>\u201d ha una ricorrenza elevata, sintomo di un presente che \u00e8 possibile solo nella lingua e per la lingua; presente in cui si raccolgono i <em>simulacra<\/em>, quando Giusti scrive: \u201cIngoiati, digeriti,\/ sputati fuori dal leviatano, siamo nell\u2019aria non pi\u00f9\/ bisognosi di direzione. L\u2019idea\/ della cosa anzich\u00e9 la cosa\u201d. Cos\u00ec il poeta si pone nel luogo dell\u2019ideale, che \u00e8 lo stesso dell\u2019impossibile, dell\u2019irrimediabile. Lo stile, a volte, \u00e8 arzigogolato, difficile per un lettore non praticante poesia. <strong>La sintassi \u00e8 portata a limiti estremi come a voler rivelare, attraverso la sua scomposizione, la materia poetica<\/strong>. La complicazione avviene, inoltre, per l\u2019alto numero di aggettivi, usati spesso in concatenazione, e che coagulandosi portano l\u2019oggetto\/soggetto a cui si rivolgono a una iper-presenza, perdendo malgrado in immediatezza. Tuttavia non mancano assolutamente\u00a0<strong>momenti di altissima lucidit\u00e0<\/strong> in cui la poesia si distende. La poesia di Giusti resta umile, lontana dall\u2019uso di sentenze, o versi di chiusura a effetto e lapidari. L\u2019atmosfera \u00e8 elegiaca, s\u00ec, ma pacata e distesa come laguna. Il lirismo \u00e8 interamente dedicato alla lingua, perch\u00e9 essa \u00e8 un soggetto inteso come luogo custode di tempi: <strong>le stagioni sono l\u2019unico leitmotiv di scansione temporale e suddividono le tempistiche dei due anni in cui le poesie sono state scritte.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Un salire con passo stanco<\/strong><\/p>\n<p>Quando tutto \u00e8 nella luce<br \/>\nche in fondo alla nebbia vacilla<br \/>\ntutto in fondo prende<br \/>\nun\u2019altra forma. Quando tutto<br \/>\nsi fa incerto e poi crolla<br \/>\ntutto in nuovo paesaggio si assesta.<br \/>\nRincasiamo. Facciamo<br \/>\nsuonare la chiave nella serratura.<br \/>\nNello specchio salutiamo<br \/>\nuno, sempre lo stesso,<br \/>\nsempre un altro. Cos\u00ec<br \/>\nci affidiamo all\u2019attualit\u00e0 di una luna di porcellana;<br \/>\nquell\u2019altra, quella di carne, cambia faccia,<br \/>\ns\u2019impiglia nelle corde della vita.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/francesco-giusti-e1549633466865.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-20065\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/francesco-giusti-e1549633466865.jpg\" alt=\"\" width=\"566\" height=\"424\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/francesco-giusti-e1549633466865.jpg 812w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/francesco-giusti-e1549633466865-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2020\/08\/francesco-giusti-e1549633466865-768x576.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 566px) 100vw, 566px\" \/><\/a>Quando Francesco Giusti pubblic\u00f2 nel 2016 \u00a0il suo \u201c<em>E torna l\u2019autunno\u201d<\/em> (Collana i Poeti di Smerilliana diretta da Enrico D\u2019Angelo, The Writer 2016) stup\u00ec non pochi, tra cui il sottoscritto per la sua poesia carica di umanit\u00e0, sapienziale, proprio del poeta da decenni militante che vive l\u2019esistenza di stazioni ben precise<\/strong>. Una raccolta calma, senza graffiature e acutezze di rabbia, senza retorica e senza nostalgie scontate. \u00a0Se nostalgia c\u2019\u00e8, proviene da quella nebbia veneziana e avvolge e sconvolge, che lascia leggere e vedere e misurare. Una Venezia storica e carica di cultura, di prepotente cultura, \u00e8 quella che affiora dai versi di Giusti, infiltrata anche nei movimenti di un angelo che si muove tra vicoli, rii e canaletti. E poi l\u2019abbandono al racconto, alla descrizione del vivere giornaliero, come qui:\u00a0 \u201c <em>di amici\/ andati\/ libere ombre ventose e amare\/dimorano qui nella sera\/ tra le care cose care\u201d<\/em>. Una poetica che \u2013osservava Tommaso Ottonieri nella prefazione al libro del 2016-\u00a0 \u00e8 lampo d\u2019autunno, straniante, \u201clievito algoso flottante\u2026, poesia s\u00ec stanziale ma vista con occhio profondo e infine ancora sognante, maturo e allenato a fermare attimo e gesto per renderlo generale e generalmente umano, nella vita radicato\u201d. Versi pesanti, intensi, parole amare, lontane ormai le illusioni, perch\u00e8 ormai chiaro \u00e8 il cammino del poeta Giusti. <em><strong>Cos\u00ec la poesia \u201cE torna l\u2019autunno\u201d che d\u00e0 titolo al libro del 2016: <\/strong><\/em><em>\u201c<\/em>Tra gioved\u00ec e sabato \u00e8 stato\/ s\u2019\u00e8 fatta povera la luce. Venerd\u00ec, \/ giorno di questua, ha poi mandato\/ una squilla di lucore per ogni porta. Ma\/ mute le case, afoni i campanelli. E\/, quei due qui dietro, di l\u00e0 dalla rete zincata,\/ le mani rimaste a bagnarsi\/ in una sfolgorante luna d\u2019avorio\/ anche adesso che un raggio\/ porge la sacca del frate: non sanno pi\u00f9\/ dove hanno sentito lo stradone\/ srotolarsi sul grembiule del mezzogiorno,\/ alzare un reciso pudore da prefiche nerovelate,\/ seduta, l\u2019ombra incinta dei tini\/ togliersi il cappello dello spaventapasseri,\/ predisporre i fuggitivi al canto.\/\u201d.<\/p>\n<p><strong>Ora a proposito del libro che ha per titolo \u201cQuando le ombre si staccano dal muro\u201d scrive nella prefazione Giorgio Agamben che \u00e8 \u201cForse meno noto \u2013 o comunque meno nota di quanto dovrebbe esserlo \u2013 che [\u2026] questa straordinaria fioritura [della poesia italiana del \u2019900] \u00e8 stata accompagnata da una non meno imponente fioritura della poesia che per convenzione chiamiamo dialettale\u201d. <\/strong>Agamben cita Marin e Pedretti, Loi e Bandini, Pierro e Giacomini \u201ce moltissimi altri\u201d, tra i quali citiamo subito Giacomo Noventa. \u00abC\u2019\u00e8 \u2013 scrive sempre Agamben \u2013 una sorta di bilinguismo [\u2026] consustanziale alla poesia italiana [\u2026] rimasta fedele a quella diglossia che Dante, nel <em>De vulgari eloquentia<\/em>, ha iscritto come un\u2019impresa alle origini della poesia italiana: il dualismo del volgare, \u2018parlar materno\u2019 che \u2018solo e prima \u00e8 nella mente\u2019 e che si riceve <em>sine omni regula <\/em>dalla nutrice, e della lingua grammaticale che si apprende invece attraverso lo studio (ai suoi tempi, questa lingua-grammatica, <em>inalterabilis locutionis idemptitas <\/em>in tempi e luoghi diversi, era il latino\u00bb). Come scrive Andrea Zanzotto a proposito di <em>Fil\u00f2<\/em>, il dialetto \u201cha in s\u00e9 una goccia del latte di Eva\u201d, \u00e8 \u201cil fatto linguistico nella sua sorgivit\u00e0\u201d. La raccolta nuova di Francesco Giusti \u201c<em>Quando le ombre si staccano dal muro <\/em>presenta \u201cuna novit\u00e0 senza precedenti\u201d, afferma Agamben: \u00abGiusti, nelle dieci poesie che aprono il libro, inverte la direzione consueta, che va dall\u2019originale in volgare all\u2019italiano, e \u2018traduce\u2019 in dialetto le sue poesie scritte in italiano. Il percorso abituale, dal dialetto alla lingua, riappare nelle dieci poesie che chiudono il libro\u201d. Il nuovo volumetto di poesie presenta una quarantina di testi in italiano nella parte centrale, senza dimenticare che si lega \u00a0a \u201c<em>E torna l\u2019autunno\u201d <\/em>sul versante della poesia come sperimentalit\u00e0 lingua\/dialetto e come atmosfera veneto-lagunare, autunnale, invernale; mentre si lega \u00a0a <em>Senza nome. Pensieri nello spazio del cuore <\/em>sul filo di un rigore pi\u00f9 intimo e interno, anche antropologico e religioso. \u00a0Basti pensare che \u201cIn Q<em>uando le ombre si staccano dal muro<\/em>\u201d, il Vangelo, la Madonna, Sant\u2019Orsola, il Risorto, l\u2019Eterno, la \u00abscialuppa degli apostoli\u00bb, appaiono come <strong>immagini di presagio e di futuro di una \u201csacralit\u00e0 del dire\u201d che abbiamo gi\u00e0 visto in un altro veneto come Ferdinando Camon nel suo \u201cUn altare per la madre\u201d.<\/strong> \u00a0Nei versi del Giusti un silenzio inaudito, un fare da anacoreta che si nutre di solitudine, un pensiero acuto e forte, un respiro fin troppo umano, un dosaggio della vita senza precedenti e una lingua dialettale \u00a0che coglie\u00a0 persino la fioritura dei roseti a gennaio: \u201cVarda \u2013 allarmato le ho detto \u2013 el roser xe za pien de semi\u201d. \u201cTi ze pezo dei putei \u2013 lei mi ha risposto \u2013 te par ste qua robe da vegnirne a dir\u201d, quasi le si stesse l\u00ec per l\u00ec rubando il tempo. <strong>La parola ora \u00e8 scrittura e parusia, si meraviglia, esclama, interloquisce, lascia esplorare come Montale \u201cLa curvatura del giunco all\u2019alzarsi del vento\u201d, \u201cl\u2019archetipo nel coccio.<\/strong> E infino riporto questi versi del Giusti che leggo a pag. 63: \u201c<em> S\u2019\u00e8 spogliato l\u2019albero con cui parlo<\/em><em>\/per terra una camicia di foglie morte\u00a0uno\/gliela lava. Ma ci sar\u00e0 chi un\u2019altra\/gliene regaler\u00e0 per un di\u2019 di primavera, ci sar\u00e0? Non osa\/il vento scavalcato il muricciolo spostargliela, \/ bench\u00e9 discolo ha delle remore,\/troppo fresco \u00e8 il dolore, il simbolo\/che a spoliazione compiuta nell\u2019aria\/di nobile rinuncia resta.\/Vestito di nuda costrizione vero\/\u00e8 l\u2019albero, groppose dita\/ negli scomparsi voli, immote. Adorno\/ di regale nudit\u00e0 senza far lezione insegna\/ a me che alla finestra\u00a0vivo come\/ su di un duro banco scolaro a scuola\u201d<\/em>. Eccolo il poeta italiano, il poeta veneto, il Francesco Giusti che oggi ha raggiunto una sua maturit\u00e0 poetica, un traguardo inappuntabile.<\/p>\n<p><strong>Carlo Franza \u00a0\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Francesco Giusti (Venezia 1952) appartiene a una generazione di poeti che segue quella dei nati negli anni Venti, come Pasolini, Loi, Pedretti e altri. La sua \u00e8 una generazione che scrive tanto in dialetto che in lingua, una generazione, cio\u00e8, per la quale il movimento, quasi l\u2019andirivieni da una lingua all\u2019altra, \u00e8 connaturato al gesto poetico. Le due lingue si nutrono l\u2019un l\u2019altra e vivono cos\u00ec intimamente l\u2019una per l\u2019altra, che anche quando una delle due sembra assente, essa dev\u2019essere considerata virtualmente presente. 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