{"id":23170,"date":"2021-05-27T11:25:19","date_gmt":"2021-05-27T11:25:19","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/?p=23170"},"modified":"2021-05-27T11:25:19","modified_gmt":"2021-05-27T11:25:19","slug":"terre-dalla-collezione-olgiati-un-nucleo-di-opere-al-masi-di-lugano-le-qualita-espressive-della-materia-in-ventidue-opere-di-artisti-storici-e-di-chiara-fama-internazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2021\/05\/27\/terre-dalla-collezione-olgiati-un-nucleo-di-opere-al-masi-di-lugano-le-qualita-espressive-della-materia-in-ventidue-opere-di-artisti-storici-e-di-chiara-fama-internazionale\/","title":{"rendered":"\u201cTerre\u201d. Dalla Collezione Olgiati un nucleo di opere  al MASI di Lugano. Le qualit\u00e0 espressive della materia  in ventidue opere di artisti  storici e di chiara fama internazionale."},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-006-2048x1366-1-e1622113924795.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-23171\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-006-2048x1366-1-e1622113924795.jpg\" alt=\"\" width=\"448\" height=\"299\" \/><\/a>La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati riapre la stagione espositiva con un allestimento tematico dal titolo <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-005-2048x1366-1-e1622113953508.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" wp-image-23172 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-005-2048x1366-1-e1622113953508.jpg\" alt=\"\" width=\"390\" height=\"260\" \/><\/a>\u201cTerre\u201d <em>dalla Collezione Olgiati<\/em>. L\u2019esposizione propone una selezione di ventidue opere di pittura e scultura che spaziano dagli anni Venti al presente, raccolte intorno al titolo\u00a0\u201cTerre\u201d e accomunate da una dimensione \u201cmaterica\u201d. I quattordici artisti presenti in mostra \u2013 di epoche diverse e di varia origine geografica \u2013 indagano con straordinaria variet\u00e0 di esiti le qualit\u00e0 espressive della materia: dalla pittura dominata dai colori della terra di Zoran Mu\u0161i\u010d, alle ricerche informali di ambito italiano ed europeo, fino ai materiali \u201ccosmici\u201d di Enrico Prampolini, Eliseo Mattiacci e Anselm Kiefer. La mostra visitabile fino al 6 giugno 2021 presenta un importante nucleo di opere di cui molte mai esposte in precedenza, offrendo uno sguardo inedito sulla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati nel suo complesso, in termini di scelte artistiche e di visione d\u2019insieme.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-004-2048x1366-1-e1622113985461.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-23173\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-004-2048x1366-1-e1622113985461.jpg\" alt=\"\" width=\"402\" height=\"268\" \/><\/a>Il progetto espositivo prende le mosse da un significativo gruppo di cinque dipin<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-003-2048x1366-1-e1622114010387.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" wp-image-23174 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-003-2048x1366-1-e1622114010387.jpg\" alt=\"\" width=\"381\" height=\"254\" \/><\/a>ti del pittore e artista grafico di origini slovene <strong>Zoran Mu\u0161i\u010d<\/strong> (Gorizia, 1909 \u2013 Venezia, 2005): <em>Paesaggio senese<\/em> (1953), <em>Enclos primitif (E3)<\/em> (1960), <em>Motif v\u00e9g\u00e9tal<\/em> (1972), <em>Terre d\u2019istria<\/em> (1957) e <em>Terre dalmate<\/em> (1959). Sono opere che testimoniano la stagione creativa che segue il trasferimento dell\u2019artista a Parigi nel 1953, quando la sua produzione pittorica si avvicina al linguaggio dell\u2019informale francese. Attraverso una pittura di motivi organici dalle tonalit\u00e0 aride che spesso sconfina oltre il figurativo, Mu\u0161i\u010d racconta un universo intimo e personale, in cui riaffiora il ricordo delle terre dell\u2019infanzia e del vissuto dell\u2019artista.<\/p>\n<p>Nella stessa sala dialogano importanti opere di tre maestri del Novecento italiano, <strong>Alberto Burri<\/strong> (Citt\u00e0 di Castello, 1915 \u2013 Nizza, 1995), <strong>Leoncillo<\/strong> (Leoncillo Leonardi, Spoleto, 1915 \u2013 Roma, 1968) ed <strong>Emilio Vedova<\/strong> (Venezia, 1919 \u2013 2006). Protagonisti della stagione informale, ci introducono ad una poetica fondata sul valore intrinseco della materia ridotta al suo stato primordiale. Interrogandosi sulla possibilit\u00e0 di rappresentare un <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-002-2048x1365-1-e1622114042292.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-23175\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-002-2048x1365-1-e1622114042292.jpg\" alt=\"\" width=\"417\" height=\"278\" \/><\/a>mondo devastato a seguito della distruzione operata dai conflitti mondiali, questi autori danno vita a una ricerca che si libera dal controllo ideale e razionale dell\u2019immagine in favore dell\u2019espressivit\u00e0 degli elementi (sacchi di juta, ferro, legno o plastica) e la <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-001-2048x1366-1-e1622114065131.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" wp-image-23176 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Esposizione-001-2048x1366-1-e1622114065131.jpg\" alt=\"\" width=\"393\" height=\"262\" \/><\/a>terra nella sua sostanza friabile e grumosa. Di Burri abbiamo un <em>Bianco Nero Cretto<\/em> del 1972, la cui superficie frammentata che richiama le fessurazioni delle terre argillose restituisce la \u201csofferenza\u201d della materia esposta al processo di essiccamento; una composizione che prefigura tutta la drammaticit\u00e0 del <em>Grande Cretto<\/em> (1984-89) realizzato dall\u2019artista a Gibellina, sulle macerie della citt\u00e0 rasa al suolo dal terremoto che, nel 1968, colp\u00ec la Valle del Belice, in Sicilia. La scultura <em>Senza titolo<\/em> (1960) rivela l\u2019originale processo creativo con cui Leoncillo utilizza il gres (materiale ceramico a pasta dura), lasciando trasparire la profonda identificazione dell\u2019autore con la materia stessa (\u201ccreta carne mia\u201d, affermava l\u2019artista), mentre nella scultura <em>Per uno spazio &#8211; 29<\/em> (1987-88) di Emilio Vedova \u00e8 la carica gestuale della pittura ad imporsi, andando ad inglobare a s\u00e9 un altro materiale (il legno), fino a connotarlo di una qualit\u00e0 plastico-spaziale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/burri-cretto-per-sito-2048x1542-1-e1622114110644.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-23177\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/burri-cretto-per-sito-2048x1542-1-e1622114110644.jpg\" alt=\"\" width=\"448\" height=\"337\" \/><\/a>L\u2019incontro con l\u2019arte informale prosegue nella sezione successiva con le opere pittoriche di due dei suoi maggiori interpreti in <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Martini-per-sito-e1622114134145.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" wp-image-23178 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/Martini-per-sito-e1622114134145.jpg\" alt=\"\" width=\"304\" height=\"396\" \/><\/a>ambito europeo: <em>Marr\u00f2<\/em> (1958) di <strong>Antoni T\u00e0pies<\/strong> (Barcellona 1923 \u2013 2012) e <em>Masque de terre<\/em> (1960) di <strong>Jean Dubuffet<\/strong> (Le Havre, 1901 \u2013 Parigi, 1985). Entrambi esplorano l\u2019uso di materie povere, come i detriti o la terra, mescolati alla pittura a olio, nella completa assenza di figurazione che non lascia spazio ad altro che al potere suggestivo della materia grezza. Se Dubuffet pone l&#8217;accento sull&#8217;aspetto primordiale e istintivo dell\u2019interazione con la materia, T\u00e0pies realizza un\u2019opera che appare come un vero e proprio \u201cmuro\u201d di terra solcato da segni e incisioni, solida presenza che ci invita ad andare oltre la materia stessa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La mostra prosegue, al di l\u00e0 di ogni distinzione cronologica, con un omaggio allo scultore italiano <strong>Arturo Martini<\/strong> (Treviso, 1889 \u2013 Milano, 1947). La scultura di piccolo formato in terra refrattaria <em>Violoncellista<\/em> (1931 ca.) si colloca nella fase pi\u00f9 alta della sua creazione, che egli stesso ha definito il \u201cperiodo del canto\u201d, quando riceve il primo premio per la scultura alla Prima Quadriennale di Roma (1931) ed \u00e8 invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia (1932).<\/p>\n<p>A parete e in dialogo con la scultura di Martini, l\u2019opera in gesso dipinto <em>Deux oiseaux <\/em>(1926) di <strong>Max Ernst<\/strong> (Br\u00fchl, Germania, 1891 \u2013 Parigi, 1976), eseguita a due anni di distanza dalla fondazione del movimento surrealista a Parigi. Con singolare inventivit\u00e0 tecnica, Ernst elabora una raffinata <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/prampolini-apparizioni-bioplastiche-per-sito-2048x1632-1-e1622114189475.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-23179\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/prampolini-apparizioni-bioplastiche-per-sito-2048x1632-1-e1622114189475.jpg\" alt=\"\" width=\"387\" height=\"308\" \/><\/a>composizione dove si possono distinguere vaghe forme di uccello emergenti da tessiture materiche e cromatiche eterogenee. Pur realizzata a quasi un secolo di distanza, la scultura <em>Belle du vent<\/em> (2003) di <strong>Rebecca Horn<\/strong> (Michelstadt, 1944), costituita da una coppia di elementi in pietra vulcanica azionati da un motore, suggerisce un\u2019atmosfera altrettanto onirica e surreale. Attraverso un linguaggio simbolico, l\u2019artista tedesca combina dispositivi meccanici e materiali organici per indagare temi quali la natura nel suo andamento ciclico, lo scorrere del tempo, l\u2019esistenza umana. Tra gli artisti della contemporaneit\u00e0, inoltre, il tedesco\u00a0\u00a0<strong>Rebecca Horn<\/strong> (Reichenberg, 1941) e il <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/10.-Anselm-Kiefer_Terre_Olgiati-1024x707-1-e1622114213775.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\" wp-image-23180 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/10.-Anselm-Kiefer_Terre_Olgiati-1024x707-1-e1622114213775.jpg\" alt=\"\" width=\"382\" height=\"264\" \/><\/a>colombiano <strong>Gabriel Sierra<\/strong> (San Juan Nepomuceno, 1975) \u2013 presenti in mostra rispettivamente con il dipinto <em>Ulysses II<\/em> (2011) e l\u2019opera a parete <em>Untitled<\/em> (2014) \u2013 rivelano due distinte modalit\u00e0 di relazionarsi con il concetto di materia: il primo evocandolo all\u2019interno di una dimensione prettamente pittorica, mentre il secondo assemblando oggetti tridimensionali dalla forte connotazione architettonica che vanno a sovvertire le coordinate spazio-temporali contingenti.<\/p>\n<p>Il percorso si chiude con un capitolo dedicato ai materiali \u201ccosmici\u201d, attraverso l\u2019opera di Enrico Prampolini, Eliseo Mattiacci e Anselm Kiefer. Di <strong>Enrico Prampolini<\/strong> (Modena, 1894 \u2013 Roma, 1956), forse il pi\u00f9 eclettico e originale esponente del futurismo italiano, vengono presentate quattro opere: i due celebri polimaterici <em>Automatismo polimaterico C<\/em> (1940) e <em>Automatismo polimaterico F<\/em> (1941) esprimono una visione lirica e <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/09.-Eliseo-Mattiacci_Terre_Olgiati-1024x681-1-e1622114252327.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-23181\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2021\/05\/09.-Eliseo-Mattiacci_Terre_Olgiati-1024x681-1-e1622114252327.jpg\" alt=\"\" width=\"424\" height=\"282\" \/><\/a>spirituale della realt\u00e0, definita dall\u2019artista stesso \u201cidealismo cosmico\u201d. Attraverso l\u2019elaborazione polimaterica, Prampolini intende proiettarsi \u201coltre i confini della realt\u00e0 terrestre\u201d, sino ad indagare i misteri del cosmo. Se in queste opere vengono evocati i processi produttivi e i ritmi biologici della natura, nel decennio successivo prevale piuttosto la concezione della materia come inedita realt\u00e0 extra-pittorica e anti-illusoria, come si pu\u00f2 evincere dalle due opere polimateriche <em>Apparizioni bioplastiche<\/em> (1954) e <em>Composizione S6: zolfo e cobalto<\/em> (1955).<\/p>\n<p>Il tema del rapporto dell\u2019uomo col cosmo contraddistingue l\u2019intera vicenda creativa dell\u2019artista marchigiano <strong>Eliseo Mattiacci<\/strong> (Cagli, 1940 \u2013 Fossombrone, 2019). L\u2019autore stesso riferisce come sue fonti d\u2019ispirazione \u201cil cielo, il Cosmo, l\u2019immensit\u00e0 dell\u2019infinito\u201d. Entrambi i lavori qui esposti, <em>Spazio meteoritico<\/em> (1984) e <em>Esplorare<\/em> (2003), ben rappresentano l\u2019enigmatico rigore con cui Mattiacci formula il suo universo visivo attraverso l\u2019uso originale dei metalli, materiali \u201cvivi\u201d in grado di attivare scambi di energie e nuove relazioni spaziali.<\/p>\n<p>Di ispirazione cosmico-astronomica, infine, la grande opera pittorica <em>Eridanus<\/em> (2004) di <strong>Anselm Kiefer<\/strong> (Donaueschingen, 1945): qui la sfera celeste solcata dalla geometria della costellazione dalla quale aggetta un sottomarino in piombo, mette in luce la riflessione dell\u2019artista sul rapporto con la storia recente della nazione tedesca. <strong>Questo nuovo allestimento propone una panoramica sull\u2019arte tra ventesimo e ventunesimo secolo capace di evidenziare l\u2019irrinunciabile esigenza dell\u2019uomo di confrontarsi con la terra \u2013 nella sua accezione fisica e metafisica \u2013 luogo di origine, sviluppo e fine di ogni essere umano.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Collezione Giancarlo e Danna Olgiati. <\/strong>La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, aperta al pubblico nello spazio espositivo adiacente al centro culturale LAC, espone oltre duecento opere di grande rilievo artistico selezionate con modalit\u00e0 differenti a seconda degli allestimenti. <strong>La Collezione, tra le pi\u00f9 significative per quanto riguarda l\u2019arte italiana dal primo Novecento ad oggi, i Nouveaux R\u00e9alistes e l&#8217;arte contemporanea internazionale, viene riproposta due volte l\u2019anno con allestimenti sempre diversi alternati a mostre temporanee dedicate ad approfondimenti dell\u2019opera di artisti gi\u00e0 inclusi in Collezione.<\/strong> Giancarlo e Danna Olgiati ritengono che la citt\u00e0 di Lugano, con il MASI, possa diventare naturale erede della Collezione; perci\u00f2 dal 2012 la Collezione viene concessa in usufrutto alla citt\u00e0 di Lugano e, nel 2018, i due Collezionisti donano 76 opere al MASI, consolidando il rapporto con il Museo della citt\u00e0 ed in linea con la tradizione museale elvetica che lega da sempre istituzione pubblica a collezionismo privato.<\/p>\n<p><strong>Carlo Franza <\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati riapre la stagione espositiva con un allestimento tematico dal titolo \u201cTerre\u201d dalla Collezione Olgiati. 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