{"id":41683,"date":"2026-07-10T21:01:02","date_gmt":"2026-07-10T21:01:02","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/?p=41683"},"modified":"2026-07-10T21:01:02","modified_gmt":"2026-07-10T21:01:02","slug":"addio-a-99-anni-a-herbert-lust-il-collezionista-che-trasformo-un-incontro-con-giacometti-in-una-vita-per-larte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2026\/07\/10\/addio-a-99-anni-a-herbert-lust-il-collezionista-che-trasformo-un-incontro-con-giacometti-in-una-vita-per-larte\/","title":{"rendered":"Addio a 99 anni a Herbert Lust, il collezionista che trasform\u00f2 un incontro con Giacometti in una vita per l&#8217;arte"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2026\/07\/img.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-41684\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2026\/07\/img.jpg\" alt=\"\" width=\"571\" height=\"349\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2026\/07\/img.jpg 747w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2026\/07\/img-300x184.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 571px) 100vw, 571px\" \/><\/a>Ridurre Herbert Lust alla figura del collezionista sarebbe limitante. Nel corso della sua vita fu anche studioso, autore e promotore culturale. Pubblic\u00f2 il catalogo ragionato della grafica di Giacometti, dedic\u00f2 un volume a Enrico Baj, scrisse saggi su Robert Indiana, Hans Bellmer e Carlotta Capron, contribuendo alla conoscenza critica di artisti che aveva frequentato personalmente. <strong>Negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla moglie Virginia Wertheimer, fond\u00f2 la Virginia Lust Gallery a Lower Manhattan, <\/strong>trasformando il collezionismo in un\u2019attivit\u00e0 di sostegno diretto alla ricerca artistica. Negli ultimi anni aveva inoltre donato importanti nuclei fotografici all\u2019Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, confermando una concezione della collezione come patrimonio destinato, nel tempo, a tornare alla fruizione pubblica.<\/p>\n<p>La sua formazione umanistica affondava le radici in un episodio che raccontava spesso. Durante il servizio nella Marina americana, nel pieno della Seconda guerra mondiale, un corso obbligatorio di letteratura gli fece scoprire Ode a un usignolo di John Keats. Fu, ricordava, la prima volta in cui comprese che la bellezza poteva rappresentare una ragione di vita. Da allora non smise pi\u00f9 di leggere, scrivere e collezionare. La parabola di Herbert Lust appartiene a una stagione del collezionismo difficilmente replicabile. Un tempo in cui era ancora possibile conoscere gli artisti nei loro studi, acquistare direttamente da loro e costruire raccolte guidate pi\u00f9 dalla curiosit\u00e0 intellettuale che dalle dinamiche finanziarie. Oggi, nell\u2019epoca della globalizzazione del mercato, dei grandi advisor e delle aste multimilionarie, quella figura appare quasi appartenere a un\u2019altra storia.<\/p>\n<p><strong>Herbert Lust amava definirsi un \u201ccollezionista per caso\u201d.<\/strong> Era una formula che sintetizzava perfettamente una vicenda iniziata lontano dalle sale d\u2019asta e dalle grandi gallerie internazionali, quando nel 1949, ventiduenne studente americano alla Sorbona grazie a una borsa Fulbright, si ritrov\u00f2 seduto accanto ad Alberto Giacometti durante un pranzo a Parigi. Da quell\u2019incontro fortuito nacque una delle pi\u00f9 singolari storie di collezionismo del secondo dopoguerra. <strong>Lust \u00e8 morto il 12 maggio nella sua casa di Greenwich, nel Connecticut, all\u2019et\u00e0 di 99 anni.<\/strong><\/p>\n<p>Per rompere l\u2019imbarazzo di quel primo incontro raccont\u00f2 a Giacometti una biografia inventata: disse di essere un ebreo rumeno fuggito attraverso i Carpazi per sottrarsi all\u2019avanzata sovietica. Poco dopo confess\u00f2 la menzogna nello studio dello scultore svizzero. Invece di interrompere il rapporto, quella sincerit\u00e0 segn\u00f2 l\u2019inizio di un\u2019amicizia destinata a cambiare la sua vita.<\/p>\n<p><strong>Fu Giacometti ad aprirgli le porte della Parigi artistica del dopoguerra. Attraverso di lui conobbe Pablo Picasso, Max Ernst, Hans Bellmer e altri protagonisti dell\u2019avanguardia europea. <\/strong>Con i fondi della borsa di studio acquist\u00f2 le sue prime opere, non come investimento ma come naturale estensione di relazioni personali costruite negli atelier degli artisti. Quella dimensione umana sarebbe rimasta il tratto distintivo del suo collezionismo. \u201cCredo che tutta la vita sia un caso, mi sento solo fortunato\u201d, dichiar\u00f2 nel 2019 in un\u2019intervista a Sotheby\u2019s. <strong>Una filosofia che rifletteva un\u2019epoca nella quale il collezionismo nasceva spesso dalla frequentazione diretta degli artisti, prima ancora che dalla mediazione del mercato.<\/strong><\/p>\n<p>Dopo gli studi all\u2019Universit\u00e0 di Chicago, dove consegu\u00ec un master in matematica e filosofia, Lust insegn\u00f2 letteratura inglese prima di intraprendere, nel 1957, la carriera di banchiere d\u2019investimento. Fu proprio la stabilit\u00e0 economica raggiunta in quegli anni a permettergli di sviluppare una raccolta destinata a superare il migliaio di opere, con nuclei significativi dedicati a Giacometti, Hans Bellmer, Robert Indiana e numerosi altri protagonisti dell\u2019arte del Novecento. Ridurre Herbert Lust alla figura del collezionista sarebbe per\u00f2 limitante. Nel corso della sua vita fu anche studioso, autore e promotore culturale. Pubblic\u00f2 il catalogo ragionato della grafica di Giacometti, dedic\u00f2 un volume a Enrico Baj, scrisse saggi su Robert Indiana, Hans Bellmer e Carlotta Capron, contribuendo alla conoscenza critica di artisti che aveva frequentato personalmente. Negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla moglie Virginia Wertheimer, fond\u00f2 la Virginia Lust Gallery a Lower Manhattan, trasformando il collezionismo in un\u2019attivit\u00e0 di sostegno diretto alla ricerca artistica. Negli ultimi anni aveva inoltre donato importanti nuclei fotografici all\u2019Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, confermando una concezione della collezione come patrimonio destinato, nel tempo, a tornare alla fruizione pubblica.<\/p>\n<p>La sua formazione umanistica affondava le radici in un episodio che raccontava spesso. Durante il servizio nella Marina americana, nel pieno della Seconda guerra mondiale, un corso obbligatorio di letteratura gli fece scoprire Ode a un usignolo di John Keats. Fu, ricordava, la prima volta in cui comprese che la bellezza poteva rappresentare una ragione di vita. Da allora non smise pi\u00f9 di leggere, scrivere e collezionare. <strong>La parabola di Herbert Lust appartiene a una stagione del collezionismo difficilmente replicabile. Un tempo in cui era ancora possibile conoscere gli artisti nei loro studi, acquistare direttamente da loro e costruire raccolte guidate pi\u00f9 dalla curiosit\u00e0 intellettuale che dalle dinamiche finanziarie.<\/strong> Oggi, nell\u2019epoca della globalizzazione del mercato, dei grandi advisor e delle aste multimilionarie, quella figura appare quasi appartenere a un\u2019altra storia.<\/p>\n<p><strong>Carlo Franza <\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ridurre Herbert Lust alla figura del collezionista sarebbe limitante. Nel corso della sua vita fu anche studioso, autore e promotore culturale. Pubblic\u00f2 il catalogo ragionato della grafica di Giacometti, dedic\u00f2 un volume a Enrico Baj, scrisse saggi su Robert Indiana, Hans Bellmer e Carlotta Capron, contribuendo alla conoscenza critica di artisti che aveva frequentato personalmente. Negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla moglie Virginia Wertheimer, fond\u00f2 la Virginia Lust Gallery a Lower Manhattan, trasformando il collezionismo in un\u2019attivit\u00e0 di sostegno diretto alla ricerca artistica. 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