{"id":9207,"date":"2017-02-13T23:30:20","date_gmt":"2017-02-13T23:30:20","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/?p=9207"},"modified":"2017-02-14T10:27:54","modified_gmt":"2017-02-14T10:27:54","slug":"antonio-dias-e-la-natura-dei-segni-una-intera-collezione-con-opere-minimaliste-sono-oggi-in-mostra-alla-fondazione-marconi-di-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2017\/02\/13\/antonio-dias-e-la-natura-dei-segni-una-intera-collezione-con-opere-minimaliste-sono-oggi-in-mostra-alla-fondazione-marconi-di-milano\/","title":{"rendered":"Antonio Dias e la natura dei segni.  Una  intera collezione con  opere minimaliste  da  oggi in mostra alla Fondazione Marconi di Milano."},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115015.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-9208\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115015.jpg\" alt=\"18062015115015\" width=\"322\" height=\"322\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115015.jpg 600w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115015-150x150.jpg 150w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115015-300x300.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 322px) 100vw, 322px\" \/><\/a>\u201cI quadri di Dias sono volutamente spogli e rigorosi: spesso si presentano come sequenze o iterazioni di un discorso, in quanto ripetono gli stessi elementi grafici, con pochissime variazioni. Sono da afferrare come tracce di una progressione interiore aperta su varie situazioni collettive del momento storico che attraversiamo\u201d; \u00a0cos\u00ec scriveva il mio amico e collega<\/strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017104333.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"  wp-image-9209 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017104333.jpg\" alt=\"02022017104333\" width=\"283\" height=\"397\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017104333.jpg 427w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017104333-214x300.jpg 214w\" sizes=\"(max-width: 283px) 100vw, 283px\" \/><\/a><strong> Gualtiero Sch\u00f6nenberger \u00a0a proposito di \u00a0<em>Antonio Dias.<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>Questo luminare dell\u2019arte mondiale lo troviamo attivo a Milano gi\u00e0 negli anni Sessanta. Oggi riconosciuto come uno dei pr<\/strong><strong>inci<\/strong><strong>pali artisti contemporanei del Brasile, Antonio Dias present\u00f2 la sua prima mostra allo Studio Marconi nel 1969, \u201c<\/strong><em>Anywhere is my land\u201d<\/em>. A questa ne seguirono \u00a0altre, nel 1971 e nel 1987 fino ad arrivare al 1995, anno a cui risale l\u2019ultima esposizione dell\u2019artista brasiliano da Giorgio Marconi in cui vennero \u00a0presentate le opere oggetto dell\u2019attuale mostra. Nato nel Nord est del Brasile, Dias, di indole ironica e brillante, talvolta pungente e provocatoria, partecip\u00f2 a diversi gruppi d\u2019avanguardia prima di raggiungere l\u2019Europa. In aperto contrasto con la dittatura militare stabilitasi nel suo paese, si trasfer\u00ec dapprima in Francia dove rimase fino al 1968, grazie al Premio di Pittura della Biennale di Parigi del 1965, per poi eleggere Milano a sua citt\u00e0 d\u2019adozione.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115019.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-9210\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115019.jpg\" alt=\"18062015115019\" width=\"455\" height=\"303\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115019.jpg 709w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015115019-300x200.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 455px) 100vw, 455px\" \/><\/a> In questi anni entr\u00f2 in contatto con la scena artistica internazionale e, in particolare nel capoluogo lombardo, con la cerchia di artisti che gravitavano intorno al movimento dell\u2019arte povera, tra cui figurano Luciano Fabro, Giulio Paolini, Gilberto Zorio.<strong> La sua sar\u00e0 sempre un\u2019arte di rottura che affronter\u00e0 temi diversi e lo porter\u00e0 a realizzare opere concettuali sostanzialmente impossibili da etichettare, con una grande variet\u00e0 di tecniche, subendo l\u2019influenza di diversi movimenti artistici, tra cui la pop art e il minimalismo.<\/strong> Il nucleo di opere della collezione Marconi presentate in questa mostra copre un arco temporale che va dal 1968 al 1972 e offre uno spaccato molto coerente e preciso sulla ricerca artistica del giovane Dias, la<strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/15042015113407.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-9211\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/15042015113407.jpg\" alt=\"15042015113407\" width=\"193\" height=\"120\" \/><\/a><\/strong> cui cifra stilistica \u00e8 quella di utilizzare un codice pittorico-grafico estremamente ridotto e di indagare sulla natura dei segni, delle categorie dell\u2019immaginazione e sull\u2019andamento difforme e discontinuo delle dinamiche percettive dell\u2019opera, da parte tanto del suo esecutore quanto dei suoi fruitori finali. Le opere in mostra sono caratterizzate da una pittura grafica, geometrica, in bianco e nero, intesa a ridurre al minimo gli elementi<strong>.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017102944.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"  wp-image-9212 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017102944.jpg\" alt=\"02022017102944\" width=\"398\" height=\"404\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017102944.jpg 591w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017102944-296x300.jpg 296w\" sizes=\"(max-width: 398px) 100vw, 398px\" \/><\/a>Dias elabora un nuovo linguaggio concettuale di non facile comprensione, in parte compensato dall\u2019immediatezza di comunicazione delle parole,<\/strong> qui usate secondo il procedimento di Magritte: \u201cin un quadro, le parole sono della stessa sostanza delle immagini.\u201d In realt\u00e0, la parola non ha alcun valore denotativo dell\u2019immagine, al contrario si disperde, dissolvendo i significati. Anche i titoli attribuiti alle opere sono considerati al pari di particelle, nessuna rappresenta se stessa. E se in un primo tempo lo spettatore \u00e8 indotto a credere in un intimo specifico significato, presto si accorge che l\u2019insieme delle parole portano invece a una sorprendente rivelazione: sono tutte false. Come nei giochi linguistici del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, dove le parole non funzionano come rigide etichette che denotano degli oggetti, poich\u00e9 questa \u00e8 solo una delle tante funzioni del linguaggio, uno degli infiniti giochi linguistici possibili, all\u2019artista non interessa l\u2019origine seman<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103006.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-9213\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103006.jpg\" alt=\"02022017103006\" width=\"454\" height=\"322\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103006.jpg 709w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103006-300x213.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 454px) 100vw, 454px\" \/><\/a>tica dei quadri e non esiste un unico testo per la verit\u00e0 visiva. Pittura e parole distribuite sulla tela sono non-immagini, particelle prive di forma. <em>Let it absorb<\/em>, <em>Chinese Monument<\/em>, <em>Environment for the prisoner<\/em>, <em>The incomplete biography<\/em>, <em>Do it yourself, desert (stone)<\/em> sono solo alcuni dei titoli delle opere in mostra, espressioni tra l\u2019enigmatico e l\u2019insignificante, un ready-made tratto dal gergo pubblicitario o da slogan politici, in cui l\u2019associazione parole-immagini \u00e8 sconnessa e sconcertante. Eppure esiste un filo conduttore al discorso poetico di Dias, un possibile valore aggiunto in grado di orientare il nostro sguardo. In particolare nella serie <em>The tripper<\/em> (il viaggiante) \u00e8 lo stesso artista a spiegarlo, dicendo che l\u2019idea di queste opere risale al 1968, quando ha l\u2019intuizione di sfruttare un\u2019idea preconcetta del pubblico riguardante la sua pittura. <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103530.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"  wp-image-9214 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103530.jpg\" alt=\"02022017103530\" width=\"412\" height=\"284\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103530.jpg 709w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103530-300x207.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 412px) 100vw, 412px\" \/><\/a>Ha infatti notato che ogni qual volta presenta quadri su fondo nero con dei puntini bianchi, l\u2019unica immagine che i visitatori vedono \u00e8 quella di un cielo stellato. Colpito dal bisogno che ognuno di noi ha di vedere immagini diverse da quelle proposte, Dias decide dunque di studiare la dinamica mentale che fa scattare in chi guarda il meccanismo delle analogie visive. Ecco allora che, dopo aver dipinto con la vernice bianca un\u2019infinit\u00e0 di puntini su fondo nero, si mette a tracciare un itinerario, collegando alcuni di essi con una riga bianca. <strong>\u00c8 una sorta di viaggio il suo, al quale qualcun altro dar\u00e0 tutt\u2019altra connotazione e da un\u2019immagine unica ottiene un\u2019immagine variabile, un campo aperto a molteplici interpretazioni e significati. E\u2019 lo stesso Antonio Dias nel 1995 a dire\u00a0 che \u201c\u2026far scattare nello spettatore il meccanismo delle analogie visive, delle proiezioni interiori, oppure il suo raziocinio analitico: questo il movimento continuo, mentale, che mi interessa. Qui non conta il perch\u00e9 della mia scelta, il viaggiante non sono io.\u201d \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><em>\u00a0<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103000.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft  wp-image-9215\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103000.jpg\" alt=\"02022017103000\" width=\"366\" height=\"283\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103000.jpg 709w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/02022017103000-300x232.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 366px) 100vw, 366px\" \/><\/a><\/em><strong>Antonio Dias<\/strong> nasce nel 1944 a Campina Grande nel Nord est del Brasile. Si trasferisce a Rio de Janeiro e inizia a lavorare come grafico e illustratore mentre segue le lezioni di Oswaldo Goeldi alla Scuola Nazionale di Belle Arti. Nel 1964 tiene una personale alla Galeria Relevo di Rio de Janeiro con presentazione di Pierre Restany, e inizia a esporre anche in Francia grazie al Premio della Biennale di Parigi del 1965, soggiorna a Parigi e alla fine del 1968 si stabilisce a Milano, dove inizia la sua collaborazione con lo Studio Marconi. Nel 1971 \u00e8 l\u2019unico artista sudamericano invitato alla sesta rassegna internazionale del Guggenheim Museum di New York, e trascorre l\u2019anno seguente negli Stati Uniti con una borsa di studi della Guggenheim Foundation. Attento indagatore della funzione dell\u2019arte come sistema linguistico e comunicativo e dei suoi rapporti con l\u2019industria culturale globale, sperimenta diversi strumenti espressivi (pittura, video, fotografia, installazioni e libri d\u2019artista) attuando anche una ricerca sulla sonorit\u00e0, da cui nasce <em>Record: The Space Between<\/em>.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015114939.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"  wp-image-9216 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015114939.jpg\" alt=\"18062015114939\" width=\"455\" height=\"463\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015114939.jpg 590w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/files\/2017\/02\/18062015114939-295x300.jpg 295w\" sizes=\"(max-width: 455px) 100vw, 455px\" \/><\/a> Nel 1977 compie un viaggio in India e in Nepal, un\u2019esperienza da cui nascono le opere su carta fatta a mano con colori di origine naturale. Tra il 1978 e il 1981 \u00e8 di nuovo in Brasile, presso la Universidade Federal da Para\u00edba dove fonda il Nucleo de Arte Contemporanea, un organismo finalizzato alla promozione delle ricerche pi\u00f9 attuali. Nei primi anni Ottanta riprende la sua attivit\u00e1 nell\u2019atelier di Milano. Nel 1984 Helmut Friedel cura una grande retrospettiva alla St\u00e4dtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco e Kynaston McShine lo invita a un\u2019ampia rassegna internazionale al Museum of Modern Art di New York. Nel 1988 espone alla Deutsche Akademische Ausstauschdienst DAAD, si trasferisce poi a Colonia dove rimarrr\u00e0 per vent\u2019anni. I musei Mathildenh\u00f6he, Darmstadt, e la Funda\u00e7\u00e3o Gulbenkian, Lisbona presentano grandi mostre con opere a partire dal \u201968. Prosegue intanto la sua collaborazione con Giorgio Marconi, che ospita una sua personale nel 1995; nel 1998 partecipa alla Biennale di S\u00e3o Paulo e negli anni seguenti prosegue la sua intensa attivit\u00e0 espositiva presso gallerie e musei internazionali, tra cui figurano: Walker Art Center, Minneapolis; Museo de Arte Contemporanea, Niter\u00f3i; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sof\u00eda, Madrid; Museu de Arte Moderna, Sa\u00f5 Paulo; Museu de Arte Moderna, Rio de Janeiro; Los Angeles County Museum of Art. Tra le pi\u00f9 recenti esposizioni segnaliamo: <em>Anywhere Is My Land<\/em>, Daros Collections, Zurigo (2009) e Pinacoteca do Estado de S\u00e3o Paulo (2010); <em>The World Goes Pop<\/em>, Tate Modern, Londra; <em>Transmissions: Art in Eastern Europe and Latin America 1960-1980<\/em>, Museum of Modern Art, New York (2015-2016); <em>International Pop<\/em>, Philadelphia Museum of Art (2016).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Carlo Franza<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u201cI quadri di Dias sono volutamente spogli e rigorosi: spesso si presentano come sequenze o iterazioni di un discorso, in quanto ripetono gli stessi elementi grafici, con pochissime variazioni. Sono da afferrare come tracce di una progressione interiore aperta su varie situazioni collettive del momento storico che attraversiamo\u201d; \u00a0cos\u00ec scriveva il mio amico e collega Gualtiero Sch\u00f6nenberger \u00a0a proposito di \u00a0Antonio Dias. Questo luminare dell\u2019arte mondiale lo troviamo attivo a Milano gi\u00e0 negli anni Sessanta. Oggi riconosciuto come uno dei principali artisti contemporanei del Brasile, Antonio Dias present\u00f2 la sua prima mostra allo Studio Marconi nel 1969, \u201cAnywhere is my [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/2017\/02\/13\/antonio-dias-e-la-natura-dei-segni-una-intera-collezione-con-opere-minimaliste-sono-oggi-in-mostra-alla-fondazione-marconi-di-milano\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1009,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[59281,53889,53888,53709,53710,53600,9894,108230,38618,53794,41640,44441,87,35351,35224,35266,17505,35188,28369],"tags":[231270,231266,406723,782,59480,28388,231267,231268,231272,17520,231269],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/9207"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1009"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=9207"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/9207\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":9220,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/9207\/revisions\/9220"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=9207"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=9207"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/franza\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=9207"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}