Ha perso la figlia che amava, nel modo peggiore. Marie. Assassinata dal suo compagno a Vilnius, dove viveva. Un’altragli era morta in culla. Si chiamava Pauline. All’epoca, lui, Jean Louis Trintignant, stella del cinema francese e indimenticato interprete a casa nostra, stava girando Il conformista. Bertolucci utilizzò quel dolore e incise il volto di un uomo provato. Non fu recitazione. Ma realtà applicata alla celluloide. Verità che si accavallava alla finzione. Oppure un misto dell’una e dell’altra. Il regista fa il suo mestiere e il suo mestiere è adattare al cinema le esperienze umane degli attori. Lo fece Bertolucci allora, lo ha rifatto Haneke con Amour.

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Anno 2012. Storie d’amore, vita e morte. Fra anziani, stavolta. Storia di un uomo che assiste al progressivo tramonto dell’amata moglie. Un ictus è la miccia. Poi il primo piano è su un crepuscolo annunciato. Lui, Jean Louis torna sulle scene, ormai debilitato nel fisico, ma non nella mente. Provato da mille disgrazie. Ma è una resurrezione. Quella cinematografica di oggi che si somma a quella che lo riscattò dal desiderio di morire, dopo che ad andarsene fu appunto Marie. “Mi ha salvato la poesia”, ha spiegato lui. E ha scelto di vivere. Continuare a vivere. Anche se Trintignant aveva doppiato le 73 primavere, quando Bertrand Cantat infierì sul corpo della povera Marie. Oggi il ragazzo modello che accompagnò uno scapestrato Vittorio Gassman nel Sorpasso di Dino Risi ne ha appena compiuti 82.

Ha perso quello che di più caro aveva. Due figlie. Benché ci sia ancora Vincent, che è figlio lui pure. Ma si sa, i maschi hanno un diritto di cittadinanza diverso negli affetti dei genitori. I maschietti sono nomadi per natura. Vagabondi del cuore e della professione. Girano alla larga dalla famiglia, insomma. Verità non sempre vere. Falsità non sempre false. Ma lui, Jean Louis, ha perso progressivamente una vista oggi perdurante, ma affievolita. Nondimeno continua nella sua passione. Produrre vino. Le auto, altro suo debole, fanno rima con l’età. E restano in garage. Mestamente parcheggiate.

Jean Louis Trintignant, nipote d’arte con lo zio Maurice, ex pilota di Ferrari e Bugatti, ha corso per passione. Rally e 24 ore di Le Mans. Tanto agonismo, molto onore, poco successo. Ma tant’è. Fra volanti e acceleratori si è tolto qualche soddisfazione, non si è accaparrato trofei, ma ha trovato una moglie. La terza. Marianne Hoepffner. Dopo Stephane Audran, diventata la compagna di Chabrol e Nadine Marquand che gli ha dato quattro figli.  Dopo legami con splendide donne. Come Brigitte Bardot degli anni d’oro.

Una vita di passione. E di passioni. Sotto riflettori che potevano celebrare con maggior enfasi i suoi fasti recitativi, ma Jean Louis Trintignant è sempre stato un timido e quando vinse il premio per la miglior recitazione maschile – era il 1969 ed era per Z – L’orgia del potere – non andò neppure a ritirarlo. Ci mandò chi fu più felice di lui. Eppure ha lasciato il suo volto in capolavori indiscussi. Un uomo, una donna di Lelouch. E Dio creò la donna e Piace a troppi di Vadim. La terrazza di Scola. Finalmente domenica! di Truffaut. Sotto tiro di Spottiswoode. E l’elenco potrebbe continuare.

Oggi, Trintignant è un arzillo vecchietto che vive nella provincia francese, quella che ha sempre amato, molto più della rutilante e charmant Parigi. Fatta di vite di corsa e sapori perduti. Come l’olio di oliva che esce dal frantoio e il vino rosso in bottiglie centellinate. La ville lumière, che è stata sua per più di vent’anni, non lo ha avuto in tarda età. Lui, meridionale d’Oltralpe che ha scelto di raccontarsi. In un libro. Una moviola. Un film al contrario. Lo sguardo di oggi su ieri. Come è stato. Come avrebbe potuto essere.  Senza malinconia e senza rimpianti. Quella vita che tante volte è costata cara. Anche per questo, il titolo è terribilmente attuale. Alla fine ho scelto di vivere (Mondadori, pp. 204,  euro 18). Un’allusione a una disgrazia che uccide un uomo anche da giovane. La perdita di una figlia. E tanto più può ucciderlo da anziano. Ma Jean Louis Trintignant ha scelto di vivere. Con il coraggio che servì nei rally. E quello per non nascondere il dolore. Quando morì la piccola Pauline.

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