Tornare… Un termine che non comprendo. Perché io, in Algeria, non ci sono mai stato.

 

 

 

Volto da magrebino. Nome arabo. Carnagione olivastra. Ma un inconfondibile accento fiorentino. Puro. Purissimo. Perché lui, Said Mahran, a Firenze ci è nato. E’ italiano insomma. Di seconda generazione, ma non di seconda categoria. Un confine dimenticato. Sorpassato. Triturato dagli animi degli italiani doc. Quelli che hanno un papà che si chiama Mario. Carlo. Giulio. Paolo. Quelli veri, insomma. La storia di Said è quella di un ragazzino, figlio di algerini regolari, trapiantati in Toscana nei primi anni Ottanta.

Storie di emigrazione. Di lavoro che scarseggia. Di prospettive che l’Algeria regolarmente distrugge. Storie che una crisi – l’attuale – rinverdisce e rispolvera. Di fabbriche che chiudono. E imprenditori suicidi. Disperazione per non dover licenziare, ma non poter nemmeno sopravvivere. Sta per piovere  di Haider Rashid racconta storie vere, che conosciamo, ma davanti alle quali spesso chiudiamo gli occhi. O voltiamo lo sguardo dalla parte opposta. Intenerendoci falsamente per quei pochi Balotelli ed El Sharawi che invece ce l’hanno fatta.

Italiani osannati quando segnano un gol alla Germania e calpestati in tutti gli altri giorni diversi da quel Natale sportivo e profano che capita una volta al quadriennio. Il fiorentino Said non si arrende a quel destino, ma scopre che dietro la poesia di un Paese patriotticamente frainteso c’è un universo sconosciuto e raro. Fatto di sorrisi di plastica. E di coltelli di acciaio che trapassano stomaci sanguinanti. La battaglia di Said è di carte bollate che non tornano mai. Concetti umani che la burocrazia respinge. Come Said, che rifiuta di sposare la donna che ama per ritrovarsi, per la terza volta, italiano. Vuole sposarla per amore, non perché quel registro si trasformi in un timbro al sapor di lasciapassare. Grimaldello burocratico.

Sta per piovere è cronaca di oggi. E sconfitta di oggi. Il padre di Said, venuto in Italia giovane con una moglie giovane, per costruirsi un futuro, deve andarsene. Ha messo al mondo due figli. Ha perso la moglie, prematuramente mancata. E sepolta in terra tricolore. Ma il giorno in cui la fabbrica di pellame in cui è impiegato, non ha più lavoro da offrire, deve partire. Per lui non c’è scampo. Un quarto di secolo in Toscana non vale alcun ufficio per poter restare. L’autorità è inflessibile e quell’uomo, tra le lacrime di Said e la rabbia dell’altro figlio, che cerca nella propria fuga la soluzione dei problemi, deve lasciare tutto.

Storie di integrazione disintegrata. Rivalità. E piccole rappresaglie. Tensioni che si estinguono davanti a un pallone che rotola in rete. E a inni cantati distrattamente come fossero simbologie di squadre calcistiche in bimillenarie arene, tra volti dipinti con i colori della compagine di appartenenza. Sta per piovere è un atto di accusa che forse in qualche caso sbaglia bersaglio. Le colpe di procedure spesso cieche non sono le stesse delle persone e, tra queste, sbandati e razzisti non sempre costituiscono la maggioranza. Ma talvolta, si sa, un pizzico di demagogia rende più saporiti piatti altrimenti sciapi. Il film di Rashid rappresenta comunque uno spunto di riflessione sui risvolti di infinite storie quotidiane alle quali spesso è dato un senso di scontatezza che non sempre hanno. Sta per piovere è la faccia triste di un’Italia che non è solo Italia, ma molto di più. Un parametro. Un oggetto. Un sentimento. Antropologia.

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