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 Era il 1988 quando cadde la dittatura di Pinochet in Cile. Bastò un referendum, indetto dal generale in accordo con le norme transitorie della nuova Costituzione da lui stesso stilata. Convinto di un plebiscitario assenso nei suoi confronti, il presidente diede un peso relativo ai suoi oppositori ma si ritrovò soltanto con il 44 per cento dei favorevoli e il 56 per cento di contrari, i quali firmarono – con quelle schede – il tramonto del dittatore.  L’anno successivo vennero così indette libere elezioni ma Pinochet abbandonò il potere solo l’11 marzo 1990, quando arrivò a scadenza il mandato presidenziale.

La fine dell’epoca più buia nella recente storia del Cile approda sul grande schermo con No – I giorni dell’arcobaleno di Pablo Larraìn, ultimo atto di una trilogia iniziata nel 2007 con Tony Manero dedicato agli anni della maggior intensità e violenza del regime di Pinochet e proseguita nel 2009-2010 con Post mortem che compie un passo indietro, centrando l’attenzione sull’origine della dittatura del generale. No – I giorni dell’arcobaleno conclude quindi un ciclo e fatica ad essere classificato come un film di finzione, anche se nei fatti lo è. Il confine con il documentarismo è labilissimo perché l’ultima fatica di Larraìn mostra i preparativi della battaglia referendaria dal punto di vista della campagna elettorale nei suoi risvolti più nascosti. Le tensioni. Le strategie. L’intolleranza. Le strategie governative per dare il minor risalto televisivo possibile al partito anti Pinochet, con il passaggio della pubblicità nelle tarde ore notturne. Infine i laconici messaggi elettorali “liberi” destinati a scomparire in caso di vittoria del presidente. E soprattutto la scarsa fiducia nel successo, alimentata dalla corrente libertaria contraria al regime.

Poi la sorpresa. I cileni chiedono libertà. A vincere, con pochi mezzi, molte speranze e scarso ottimismo sono proprio i democratici, male in arnese ma con tanta buona volontà e infinita voglia di assaporare il gusto di poter vivere senza violenza nelle proprie città. Il film ha il tono e l’andamento di un documentario particolareggiato in cui il materiale d’archivio si sovrappone agli apporti dell’attualità. A partire dal formato televisivo in 4:3 e l’uso di macchine da presa analogiche che riescono a ricreare climi e suggestioni di un’epoca, tramontata ormai da un quarto di secolo. Avere ignorato l’alta definizione e i sedici noni dello schermo esteso significa aver compiuto una scelta di campo forte che proietta lo spettatore indietro nel tempo, immergendolo in quel passato anche grazie ai supporti storici, per l’occasione usciti dalle cineteche.

Film per intenditori, appassionati di cronaca politica applicata alla storia più recente, No – I giorni dell’arcobaleno si inserisce in un filone frequentato, che denota l’importanza e l’attenzione dedicato dal cinema cileno all’era Pinochet. I diciassette anni della repressione sono stati illustrati da Larraìn dopo che la Settima arte aveva già rappresentato quel dramma in Missing – Scomparso di Costa-Gavras, uno spaccato della società sudamericana nei giorni del golpe che portò alla morte di Allende e alla presa del potere da parte di Pinochet con il tacito sostegno esterno da parte degli Stati Uniti.

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