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Parole centellinate. Distillate. Piccoli scogli, sparsi dal caso nel mare magnum delle immagini. E dei suoni. Forse perché con la mafia molte parole non servono. Bastano le azioni. Fatte di rivoltelle che sparano. Mitragliette che vomitano proiettili a raffica. Auto usate per uccidere e poi fuggire. Raffinerie come luoghi di segregazione, non di produzione. Cave che si rivelano cimiteri clandestini. Perché anche le sepolture hanno una differente modulazione. Alle tombe classiche si affiancano quelle fantasma.

Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è un film unico nel suo genere. Trama lineare, ancorché priva di originalità – tratta di sicari siciliani in una delle mille salse in cui può essere sviscerato un tema dalle infinite sfaccettature – la pellicola è di fatto una sperimentazione interessantissima sull’uso del suono e del rumore in ambito cinematografico. Un’ora e 44 minuti in cui forse si fatica a contare più di cinquecento parole, assemblate per formare dialoghi quotidiani e per ciò stesso banalissimi e mai memorabili. In realtà il pregio assoluto dell’opera dei due giovani registi sta tutto nell’utilizzo del racconto attraverso i suoni e il non rappresentato. Ciò che avviene fuori scena, insomma. Lo spettatore lo acquisisce come forma di conoscenza e di esperienza, in seguito all’effetto acustico prodotto e costruito, oltre alla recitazione pura dei suoi protagonisti, tra i quali svetta una giovanissima ed eccellente Sara Serraiocco che veste i panni di Rita, una ragazza non vedente alla quale viene miracolosamente restituita la vista.

Un evento con cui deve confrontarsi, in un mondo che non ha spazio per il taumaturgico. E, nei fatti, Rita apre gli occhi su una realtà che vorrebbe non vedere, per questa ragione copre le finestre della prigione in cui viene rinchiusa, mentre l’assassino di suo fratello, che le risparmia la vita, la obbliga a osservare l’esistenza ma non la quotidianità. Le apre porte e finestre, ma le richiude quando intuisce che un regolamento di conti sta per compiersi. Impedisce che la donna osservi il lato cruento dei giorni e dell’uomo come essere umano. Il gioco tra il visto e il non visto di Rita è – specularmente – lo stesso gioco del visto e non visto che i due registi pretendono dallo spettatore. Fuori dal set, quindi lontano da ciò che la platea osserva direttamente, si svolge lo stesso numero di azioni rappresentate davanti alla macchina da presa.

La funzione di racconto viene affidata così a suoni e rumori per comunicare allo spettatore ciò che sta avvenendo fuori scena, ma che influenzerà lo sviluppo della trama e le successive reazioni dei protagonisti. I registi di Salvo danno prova di un sapiente utilizzo di quello che storici e teorici della tecnica e del linguaggio cinematografico chiamano l’uso del rumore off, cioè di tutti quei suoni ascoltati in sala, connessi alla vicenda rappresentata, tuttavia non diegetici perché eco di qualcosa che appunto avviene lontano dagli occhi dello spettatore. Emblematica è la colluttazione fra il protagonista e il fratello di Rita, mandante dei sicari che falliscono il regolamento di conti ai danni di Salvo. Questi infatti invita la sorella a scappare e, dal fracasso prodotto dai due, si intuisce che l’aggressore viene disarmato, ma riesce comunque a uccidere il rivale. Il silenzio e le grida lancinanti della vittima permettono di capire la dinamica, pur senza vedere nulla e conferma ne viene data quando Salvo, vittorioso dopo lo scontro, mette la sua mano sanguinaria sulla faccia di Rita, accorgendosi solo in quell’istante che la donna ha ritrovato la vista perché gli occhi non le tremano.

Non occorrono parole, insomma. E, anche in questa prospettiva, si spiegano i pochi e futili dialoghi di cui il film è assai avaramente disseminato. In buona sostanza anche parlare è, in un certo senso, una forma di silenzio. Il dialogo non aggiunge nulla alle espressioni dei volti. Ai gesti delle mani. A corpi che si allungano e barcollano. Che accusano il peso delle ferite. Un mondo reale da rifiutare. Un quotidiano da aborrire, su cui la parola è di fatto una non parola. Una continuazione del silenzio con altri mezzi.

Salvo potrebbe perfino essere definito il secondo film muto del XXI secolo dopo The artist, se questo non imponesse anche l’assenza di suoni e musica. Anch’essa ridotta all’osso, per la verità. Un solo brano, “Arriverà”, nella versione dei Modà senza Emma, il cui videoclip ufficiale si richiama direttamente al cinema muto, con immagini in bianco e nero, montate simulando un cortometraggio d’epoca. L’unico reale contrappunto delle parole che al film mancano. Ritornelli quasi ossessivi, soprattutto nelle frasi “Piangerai” e “Te ne andrai” che accompagnano ripetutamente le sequenze. E a Rita accadrà, piangendosene, di lasciare quell’assassino solo al suo destino, dopo averle a suo modo dimostrato il proprio amore. Una mano nella mano. Davanti al mare. Davanti al tramonto di un domani impossibile.

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