L’eternità spesso è una maledizione

 

 

 

Artigli per graffiare. Aggrapparsi alla vita. Superare ostacoli. Uccidere uomini e orsi. Proteggere. Artigli animaleschi su un uomo – soldato. Artigli come status. Obiettivo. Artigli da rapire. Sottrarre. Risucchiare a travaso tecnologico. Connessione subdola. E morte lenta dell’immortale annientato. Artigli. Simbolo e premio di invulnerabilità. Artigli rubati da bit. Circuiti. Armature del tremiladopocristo. Con uno sguardo al passato. Uno al futuro. Un altro al futuribile. Samurai spadaccini. James Bond sotto mentite spoglie. Tycoon voraci di Potere. Un braccio di ferro con la Fine. Armature a prova di morte. E di sussistenza. Cromosomi convertiti nei chip dei mutanti. Nei mutanti stessi. Vipere dal morso fatale e la lingua biforcuta. Ragni che mangiano l’anima. E preveggenza antica applicata a un domani che smentisce la lungimiranza dello ieri farfugliante.

Da X-Men a James Bond. E’ l’ultimo Wolverine. L’immortale, appunto. Hugh Jackman è uscito da quei supereroi, ha dimenticato l’Australia di Baz Luhrmann e si è ritrovato in un Giappone che non vedeva dalla seconda guerra mondiale. Nagasaki. Uno scoppio folle. Una salvezza inopinata. E tracce laceranti di animi devastati. Il nuovo Giappone di Logan-Wolverine è presente e futuro. L’ombra della Yakuza, la mafia dagli occhi a mandorla che si allunga minacciosa sulla società moderna, fatta di magnati dell’industria che puntano a quell’immortalità proibita agli uomini. Sete di denaro e onnipotenza. Una società dell’oggi dove affluiscono i guerrieri del passato. I samurai dalle scimitarre miracolose che intersecano il loro cammino con delinquenti armati di pistole. E cecchini con la balestra e le frecce avvelenate.

Il Giappone di ministri collusi con la malavita organizzata pronti a scalzare il morente vecchio per usurpargli soldi. Industria. Prestigio. E donnine allegre. Wolverine è d’acciaio, ma ha un cuore. Combatte sul tetto di treni che sbriciolano le velocità di Frecciarossa e Frecciabianca. Resiste ai dardi che lo trafiggono. A ferite che non lo contaminano. Si opera a mani nude, per estrarre una maledetta vedova nera dal ventricolo di un cuore invulnerabile, che rischia di cedere davanti a quel cancro, sputatogli addosso dalla mutante bionda. Rettile eretto.

Uscito dagli X-Men, Wolverine, fumetto Marvel diventato celluloide, è ibridazione cinematografica. Un cocktail che forse lascerà perplessi gli aficionados di X-Men e rapirà i gusti di chi a troppa fantascienza ama l’avventura purchessia. Logan ha il fascino di un Indiana Jones, applicato a un mutante con la scafa da lupo, il coraggio di un James Bond indomabile e l’invincibilità di un supereroe. Il suo rivale è un ponte fra il passato e il futuro. Gli dona una spada per la gratitudine di essere stato salvato dall’esplosione bellica, ma cerca di rubargli l’immortalità. L’eternità. Lo tenta. Lo lusinga. Alla fine lo aggredisce sotto le mutate spoglie di un robot automatizzato di cui egli stesso è l’anima telecomandata. Tra Kurosawa e Sam Mendes, il regista Jim Mangold confeziona un film – prodotto dallo stesso Jackman – che mescola codici d’onore al sentimento. Una sorta di Bond girl alla Jackman, occhi a mandorla e tanto cuore, capelli rossi e l’orientalità di una preveggente infallibile che sbaglia la premonizione all’eroe. Infine l’amata. Cuore e ragione. “Non posso restare, sono un soldato” dice Wolverine lasciando la donna a capo di un impero economico che tiene in pugno il Giappone.

L’immortalità di maestro Yashida sapeva di avidità. L’immortalità di Wolverine è la natura.

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