La libertà non si compra al chilo. Nemmeno una volta all’anno. La notte della follia. La notte del giudizio. Quella in cui tutto è lecito. Tutto permesso. Tranne l’uso delle armi da guerra. Anche l’omicidio è tollerato, purché la vittima non sia un agente di alto livello. La chiamano catarsi, ma di liberatorio non ha nulla se non il libero permesso di regolare i conti con chiunque, a vario titolo, fosse sgradito.

Nel 2022, avvenire non poi così avveniristico, gli Stati uniti sono in mano a nuovi padri fondatori che hanno salvato la nazione dalla catastrofe economico-sociale. Default telematico e umano per viventi ormai divenuti ingranaggi di un unico macchinario.  Eppure. Eppure, un giorno all’anno, per 14 ore, tutto è concesso. Anche uccidere. La purificazione – come l’hanno definita i bimillenari costituenti – si rivela una follia generalizzata che diventa un evento mediatico. Un capodanno laico. Un’orgia di efferatezze. Un successone, alla conta finale dei morti. I cadaveri – annuncia tronfia la radio, unica traccia vintage di una società assurdamente evoluta – sono stati molti più dell’anno precedente. «Diamo appuntamento alla prossima edizione».

La notte del giudizio di James DeMonaco è un thriller a sfondo horror che picchia con implacabile puntualità sul lato sanguinario e grandguignolesco di un dramma fantascientifico che, a fronte del budget di tre milioni di dollari, ne ha già intascati oltre una settantina.

Tuttavia a differenziare questo film da altri dello stesso genere è la plausibilità del messaggio trasmesso che va in direzione esattamente contraria al senso diegetico. La distopia rappresentata – ovvero la società come non dovrebbe essere – non è più il pretesto per l’ambientazione di una civiltà paradossale, ma una veemente critica ad essa. La liberalizzazione e la depenalizzazione di ogni atto che consenta uno sfogo incondizionato e indiscriminato non serve a tutelare l’incolumità dell’intera collettività, ma a farne emergere gli istinti peggiori.

Il ragazzo che tenta di uccidere il padre della fidanzata perché ostacola la loro relazione ma finisce ammazzato proprio dal suo nemico. Il vicino invidioso delle ricchezze di un dirigente, arricchitosi progettando impianti di sicurezza. L’ira incontenibile ai danni di un barbone dalla pelle nera. E, in mezzo a un rutilante mondo di follia, l’unico spicchio di saggezza sta nel volto ingenuo di un ragazzino con un robot. Ha sempre nutrito dubbi sull’efficacia di una notte dal giudizio e si affida a un occhio meccanico, da lui stesso progettato, per spiare, dal buio del suo nascondiglio, la pazzia degli uomini. E’ un robot.

Segreto segregato. Vive nell’ombra e dall’ombra emerge per scoprire i meccanismi di una follia generalizzata. Senza confini. Assalto mascherato. Come i tupamaros di una Los Angeles delirante che ricordano tanti sodali del Guy Fawkes di V per vendetta all’attacco della villa bunker per ottenere, sotto la minaccia di rappresaglie, il corpo vivo del clochard su cui poi accanirsi per divertimento. E rivalsa.

Purtroppo in molti, troppi tratti La notte del giudizio non mostra tutta quella fantascienza che invece forse vorrebbe. Numerose storture, inserite nel film per rendere la storia più vicina al limite del paradosso, sembra cronaca di una quotidianità malata. Una notte del giudizio che, insomma, è un po’ anche nostra. Non solo parto di fervide menti, imbevute dell’orwelliano 1984, per gettare in faccia allo spettatore la società che non vogliamo costruire. Ma soprattutto per riconoscere l’inutilità di una libertà incondizionata, semel in anno, nella speranza di purificare animi costretti a repressione e sopportazione per gli altri 364 giorni. Perché forse l’aspetto più inquietante della libertà sono i danni causati dal concederla senza discrimine. Senza tetto né legge, insomma.

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