New York è una dama contemplativa. Una donna perbene che sorveglia amori nascere e altri morire. Una ragazza bionda che trova il cuore di un uomo di mezz’età, amico dei suoi genitori. Una coppia di virtuosi di viola e violino che, inseguendo la magia delle note, hanno trascurato quella ex bambina dolce dai capelli chiari. New York è fredda come il gelo di una malattia che toglie il respiro. New York è arte in galleria, tra un austero Met e la Frick Collection. Templi del denaro insieme a Sotheby’s. New York è il sogno perennemente inseguito. New York è il tempo. Nelle sue mille variate sfumature. Il tempo musicale. Il tempo di amare. Il tempo di finire. Il tempo di un abbandono. Il tempo di un anniversario. Il tempo di un’armonia che va in pezzi come uno spartito che richiede fatica. Mette a dura prova le capacità artistiche. E la resistenza umana. Il virtuosismo. E il cuore.

Una fragile armonia, primo film di Yaron Zilberman, già premiato con l’Oscar per il documentario Watermarks, ha colori melange e sapori dolceamari. Un quartetto d’archi – due violini, una viola e un violoncello – ha origini lontane. Il violoncello è il Maestro, la viola è la figlia di una sua allieva, il violino solista un ex studente intraprendente, il secondo violino – un Philip Seymour Hoffman reduce da Il dubbio, A sangue freddo, I love radio rock – è un artista trovato per via. Uno di quelli che il caso, o forse il destino, mette improvvisamente sulla strada che si sta percorrendo. E questo violino d’accompagnamento sposa la viola, affascinata dal violoncello, con un debole per il violino solista. La vita fa il suo corso, fatto di acuti e di bassi. Al venticinquesimo anniversario di questo Fugue Quartet è una notizia drammatica a spezzare gli equilibri. Il violoncello, ormai alle soglie di una terza età vigliacca, accusa sintomi strani. E’ il morbo di Parkinson che lo costringe a programmare il ritiro. Christopher Walken (Il cacciatore di Cimino, Pulp fiction di Tarantino e Batman di Tim Burton), insolito Maestro che aiutò quel giovane ambizioso a dar vita all’ensemble, deve lasciare. L’opera 131 di Beethoven, in programma per le nozze d’argento del quartetto, è un ostacolo troppo alto per quell’uomo malato.  E’ lui stesso a organizzare la successione a se stesso, ma ciò che non sa è che il suo addio dà la stura ai malesseri dei virtuosi.

Si spezza così un mondo in equilibrio instabile al quale solo le note avevano garantito invisibile coesione. Il velo di armonia viene lacerato. Vanno in pezzi amori vecchi e nuovi. E’ il tempo dei rancori. L’allegretto di Beethoven che segue un adagio fatto di sfumature frastagliate. La musica da camera, così difficile da apprezzare e capire, è la colonna sonora di pezzi di vita. Stralci di esistenze contese. Tra passato e futuro. Che ne è stato di uno ieri calpestato. Che ne sarà di un domani da costruire. Tra speranze e attese, figlie di delusioni e rinunce mai metabolizzate. E’ il contrasto tra generazioni. Giovani sazi solo di ingiustizie materne. Adulti in pace con i loro torti rinnegati. Anziani come ancore di una salvezza irraggiungibile. Età dell’uomo e degli uomini. Ancora una volta le fasi di un tempo che non è solo musica.

Zilberman si veste da regista navigato, fluttua tra le citazioni. L’autoritratto di Rembrandt che sembra ammonire viola e violoncello, in contemplazione nelle lussuose sale del Metropolitan. E sembra dire che il genio resta tale anche davanti ai rovesci della vita. Fluttuazioni inquiete. Perturbazioni psicologiche. Ancora una volta è l’anziano a sciogliere l’enigma. Il vecchio secondo la poesia di Ogden Nash. “Solo un vecchio sa quando muore un vecchio”. E tanta musica, il quartetto di Haydn opera 20, n. 5, la Suite n. 4 per violoncello di Bach, il Danubio blu di Strauss. Il Settecento classico è tedesco. Con le sue arie leggere, eppur tanto pretenziose. Tra adagio e preludio, allemanda e temi portanti di composizioni articolate avviene l’avvicendamento. Il violoncello passa. E va. E’ il sapore del tempo. Il pubblico s’inchina a sua maestà la musica. Ma il protagonista è un altro. Il Maestro è un parametro. Il quartetto è la sua cornice. Quanto si cambia, veramente, nell’arco di una vita…. E a quanti cambiamenti si assiste impotenti o talvolta si interviene per modificarne il corso…

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