-…Quindi da pusher diventi spacciatore?

-No divento trafficante internazionale. C’è differenza…

 

 

 


Il nome è una garanzia. Se c’è di mezzo Jennifer Aniston (nella foto) non c’è da versar lacrime. Benché… Benché in effetti qualche anno fa – era il 2008 – Io & Marley non sia stato certo divertente per chi è convinto che il cuore di Fido valga almeno quanto quello di qualsiasi essere umano. Se non addirittura di più. Le scorie difficili di quel passato, fatto del rapporto strappalacrime di una famiglia con un cane, non proprio dei più maneggevoli, le spazza ora un film impertinente e, tutto sommato, volgarotto e commerciale, ma con una propensione naturale a strappare risate, assai rara di questi tempi. Come ti spaccio la famiglia di Rawson Marshall Thurber, vanta l’insolito primato di avere in italiano un titolo più divertente e più azzeccato dell’originale inglese We’re the Millers.

Come ti spaccio la famiglia è indovinato proprio perché i quattro protagonisti non sono una famiglia ma un’eterogenea accozzaglia di personaggi che si spacciano appunto per tale. Cioè, i Miller. Il verbo spacciare, per giunta, ammicca molto da vicino anche all’attività svolta da quell’originale ciurmaglia che viaggia bordo di un camper, ideato per un reggimento più che per un piccolo pusher (Jason Sudeikis) che all’improvviso fa carriera, una spogliarellista licenziata perché non vuole prostituirsi (appunto la Aniston), una ragazza in fuga (Emma Roberts) e un imbranato.

L’occasione è quella di portare dal Messico a New York una partitina di marijuana ma, in realtà, per una serie di equivoci, la partitina è composta di alcune tonnellate di droga. Lo spacciatore, in cambio della cancellazione di un debito insaldabile per un furto ai suoi danni, deve accettare la commissione e trovare il sistema per non dare nell’occhio. Raduna così quei tre scombinati figuri e, dietro le sembianze di una famiglia perbene, si reca in Messico per ritirare il modico quantitativo che all’ultimo momento scopre assai ingente.

Naturalmente in questa esile trama si inseriscono sorprendenti quanto esilaranti colpi di scena che ritardano il compimento dell’impresa e soprattutto ne complicano la realizzazione. Non un solo tassello va a posto, ma la finta famigliola cerca ugualmente di produrre ogni sforzo per riaggiustare ciò che a turno viene guastato per colpa di equivoci e fraintendimenti vari. Circostanze in serie che rappresentano le premesse, sulle quali gli sceneggiatori innestano battute ridicole e situazioni paradossali, quanto spesso dozzinali. L’esito è una risata senza fine, apprezzata da chi non è particolarmente sofisticato e non si scandalizza facilmente. Si tratta di una comicità grassa, poco raffinata, che ha ben poco dell’ironia garbata di altre commedie, tuttavia, come detto, strappano un sereno divertimento proprio perché la grossolanità di certe trovate non è fine a se stessa bensì studiata proprio per divertire.

L’intento non è comunque trascurabile. In tempi in cui il cinema riesce con difficoltà a sollevare il morale degli spettatori, Come ti spaccio la famiglia appare un film tutto sommato divertente anche se forse non è adatto – colmo dei colmi – proprio a una famiglia, soprattutto se con bambini piccoli. Buoni sentimenti che si coniugano con la morale americana del socially – più che del politically – correct, il film rischia di creare qualche imbarazzo più che altro per il disinvolto linguaggio e atteggiamento dei suoi protagonisti che arriva persino a toccare una variante pornografica di Pictionary e omaggia con due citazioni Black hawk down ed Eminem di 8Mile. Il personaggio non corporeo presente tra i fotogrammi è Facebook dove la ragazzina in fuga “pubblica” le disavventure del “fratello” e un milione di utenti ne condividono la scelta e l’apprezzamento. Insomma, risate formato anni Dieci del terzo millennio. Chi si formalizza stia pure a casa.

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