Chi è il più cattivo dell’Olimpo… Ma Crono, naturalmente. In fin dei conti, chi potrebbe essere più malvagio di un titano che mangiava i suoi figli per paura che gli venisse rubato il trono supremo… E dopo duemila anni c’è chi, nei piccoli discendenti di quella stirpe eletta degli inquilini del monte sacro al paganesimo, vuol scongiurare il ritorno di Crono. E naturalmente c’è anche chi ne difende, anzi ne vuol favorire il ritorno sulla terra. Percy Jackson è l’eroe dei primi, il fratellastro Luke è l’alfiere dei secondi. Due “baby gang” formato terzo millennio che si affrontano senza esclusione di colpi, non senza rivalità interne alle rispettive fazioni, che sembrano in più di un punto minare la riuscita dell’operazione.

Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – Il mare dei mostri di Thor Freudenthal è il secondo film della serie intitolata a questo eroe imberbe e un po’ bambino, che se la vede con il suo rivale e i mostri tecnologici che sostengono Crono. Un fantasy a sfondo mitologico, in versione tridimensionale che stride con l’origine antica della trama presa a spunto in realtà per soddisfare la fame di sterminio degli amanti di videogiochi e affini. Ovviamente non mancano battaglie all’ultimo sangue, ma trattandosi di discendenti degli dei è possibile assistere a più di una resurrezione miracolosa e pericolosa, accelerata da un vello d’oro taumaturgico che restituisce vita ai morti facendoli svegliare da un apparentemente innocuo sonno profondo.

Fulgide spade dai poteri taumaturgici e sorprendenti, mostri meccanici, un “Ippocampo” bonario che emerge dalle acque completano un panorama insolito in cui Ermes è un distinto signore in doppiopetto, padre di famiglia deluso e rammaricato per quel figlio degenere che sostiene il cattivo. Un centauro in apprensione per l’inaridirsi del bosco che corrisponde al tramonto dei buoni e la trionfo dei cattivi. Polifemo incapace non solo di vedere, ma anche di annusare e titani in formato rapper che assomigliano a Five Cent più che agli eroi che abbiamo incontrato tra i libri di scuola.

Fondamentalmente, Percy Jackson è un film che non serve a nulla. Non è utile al genitore che vi voglia portare il figlio per prendere amichevole dimestichezza con i volti che lo faranno tribolare tra i libri. Non è utile ai ragazzi che vi vogliano ritrovare le gesta mitologiche e forse non è utile nemmeno per chi voglia rasserenarsi la mente con un’immersione in apnea in quel mare fatto di battaglie e scontri da lasciare col fiato sospeso, semplicemente perche Percy Jackson ricalca la stessa falsariga di innumerevoli altri film del genere.

E allora ci si potrebbe domandare per quale ragione spendere una decina di euro per mettersi in coda al botteghino. Un motivo potrebbe essere la qualità del 3D, certamente eccellente e al di sopra di tanti altri fantasy sul medesimo stile. Un secondo stimolo potrebbe venire dalla curiosità di assistere a come possa essere resa in versione moderna una trama antica che in questa versione vede i pronipoti degli dei vestire occhiali da sole per coprire l’occhio da ciclope e maneggiare telefonini con uno sguardo a Facebook. Infine, perché di tanto in tanto, qualche battuta scherzosa stempera le botte e le instancabili corse su creste di onde finte o negli abissi del triangolo delle Bermude per dare la caccia al vello d’oro. O inoltre per scoprire quali sono i confini di una fantasia che riduce la potenza di Eolo a una bomboletta spray che sprigiona un vento inarrestabile oppure un nastro adesivo, fabbricato da quell’Ermes in giacca e cravatta, che rende invisibile tutto ciò che sigilla.

Naturalmente infinite sono le giustificazioni per lasciarselo scappare. Soprattutto quei dieci euro tassativi all’ingresso per non vedere nulla di nuovo rispetto a tanti analoghi fantasy ai quali Percy Jackson non aggiunge nulla di nuovo, se non lasciare nella mente un piccolo tarlo. Il film sembra perfino un videogioco cui talvolta lo spettatore sembra perfino tentato di dare un’accelerata. Forse nel desiderio di vedere l’esito di tanti combattimenti, scontati nella violenza, ma pieni di suspence per vedere chi vince. In fin dei conti, combattendo fra dei, seppur su scala ridottissima, ogni colpo di scena è ammesso.

 

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