Siamo perfetti così, nella nostra imperfezione…

 

 

 

 

 

 

“Dicono sempre tutti che Napoli deve cambiare. Ma perché Rovigo, Mantova e Treviso non cambiano mai…” si chiedeva Massimo Troisi. Il fatto è che, tuttavia, a prescindere da chi cambi e per chissà quale strampalato motivo, quando la vita procede al contrario può accadere davvero di tutto. E poco importa se si chiami profondo Nord o sprofondo Sud, un supercamorrista può accomodarsi placidamente sul divano di casa della sorellina modello e crearne scompiglio. O forse quel malaugurato scombussolio è portatore di successo e quello che invece è il bene diventa messaggero di  sfortuna. Vite capovolte, insomma. Mutamenti non sempre ortodossi, ma così va il mondo. Talvolta.

Un boss in salotto di Luca Miniero (Benvenuti al nord, Benvenuti al sud, Questa notte è ancora nostra) è l’impietosa satira di una logica ribaltata in cui l’onestà mena gramo e la delinquenza porta buono, ma l’intento non è quello di andare controcorrente purchessia, bensì di sottolineare che l’ambizione di dipingersi quali spesso non si è, si rivela invece portatrice di autentiche sciagure. Così Cristina (Paola Cortellesi) s’inventa questo nome nobile e casto per coprire la sua vera identità, Carmela, donna del Mezzogiorno, scappata da laggiù per la vergogna di avere un fratello delinquente. E tale è il desiderio di rinnegare quel passato in cui non si riconosce, da smettere perfino l’inflessione di un dialetto meridionale per appropriarsi invece di una cadenza che ricorda da vicino quella veneta. Cristina si sposa con Michele, che di cognome fa Coso (Luca Argentero), rampante addetto alla pubblicità di un’agenzia immobiliare, dal quale ha due figli, una bambina perfetta e un maschietto un po’ più scapestrato.

La vita di Cristina cambia quando viene convocata alla stazione di polizia e là si accorge che il motivo non è la solita multa, presa a tradimento, ma ben peggio. Quel fratello degenere (Rocco Papaleo), accusato di associazione a delinquere al processo alla cosca camorrista di cui sarebbe il padrino, aveva richiesto gli arresti domiciliari proprio a casa di Carmela. La novità innesca incomprensioni e ansie in quella famigliola in cui papà è in odore di promozione e mamma sogna una scalata sociale senza sosta. I due temono che quel malvivente possa compromettere tutto e invece, proprio grazie alla diffusa paura che tutti nutrono per quel padrino, Michele Coso e signora compiono la tanto agognata ascesa. A sovvertire il sorprendente ordine dettato dal terrore verso le minacce dell’onorata società ci si mette l’assoluzione del presunto boss che, in sede processuale, viene completamente scagionato all’unanimità dalle testimonianze dei delinquenti veri.

Che cosa accada dopo il proscioglimento è l’inverso di ciò che logica vorrebbe, ma – si sa – l’onestà non sempre paga e Ciro, il boss che mai divenne boss, è libero di tornarsene al sud da libero cittadino. I Coso invece devono arrendersi a una vita da borghesucci di media caratura. Il film, tutt’altro che imperdibile e indimenticabile, tocca il tasto dell’ambizione, in virtù della quale spesso si è portati a dipingere sé stessi come non si è. La mancata accettazione dei propri limiti e il desiderio di raggiungere l’irraggiungibile, spesso portano a un disorientamento che non permette più nemmeno di riconoscersi come tali. In questa veste si ritrovano, a turno, tutti i protagonisti di Un boss in salotto. Michele Coso scala i vertici aziendali per poi venirne espulso. La meridionale Carmela si “ricostruisce” un’identità nuova da settentrionale Cristina e aspira a diventare una dama riverita. Ciro si autocalunnia definendosi un camorrista, pur non essendolo e finendo scagionato dai suoi stessi presunti picciotti. Il figlio della coppia non è il teppista che viene inizialmente dipinto e la bambina è una ballerina insoddisfatta di quel ruolo e l’unica incline a porgere una mano comprensiva verso quello zio, inizialmente disconosciuto da tutti. Forse proprio l’imperfezione rende talvolta perfetti.

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