Sembri il fratello scemo di re Mida, tutto quello che tocchi diventa merda…

 

 

 

 

Mi chiamo Llewyn Davis e sono uno sbandato. Per carità, non si pensi male, sono solo un musicista. Spiantato, forse sì. Forse è davvero questo il termine giusto. Vivo in pellegrinaggio sui divani di chi mi offre un tetto al Village. Ah, dimenticavo, siamo a New York. E il Village è il Greenwich village, un quartiere dove tutti suonano, qualcuno canta perfino, ma le tasche… Ah, le tasche sono sempre vuote. Li chiamano  baskethouses quei locali. Perché è nel basket, cioè nel cestino fatto girare tra i tavoli, che finiscono gli spiccioli poi destinati alle mie tasche. Una sera, fuori dal Gaslight, ne ho presi un sacco. Di calci e pugni, beninteso. Di monetine, mai viste molte.

Mi aspettava un tizio in strada. Mai saputo chi fosse, anche se poi ho capito… Un marito permaloso. Niente di più. Ma non fraintendiamo, please. Il gentile consorte non aveva gradito apprezzamenti – squisitamente artistici, sia chiaro – sul conto della sua signora, una gallina strozzata più che una strimpellatrice da balera, quella sera. Io, per parte mia, non mi ero fatto pregare. L’avevo interrotta più volte. Gliene avevo dette un po’, insomma. E il cicisbeo non aveva gradito. Tanto meno perdonato. Quella era l’ultima tappa. Non della mia vita, ma del film che Ethan e Joel Coen hanno fatto su di me, A proposito di Davis, appunto. Perché prima di quella sera al Gaslight era successo un po’ di tutto.

Dettagli insignificanti, come quel dannato gatto del professore, scappato di soppiatto mentre uscivo dal suo salotto. Dopo l’ennesima notte da mendicante del materasso. E per me che faccio il musicista era una bella seccatura rincorrere quel micio, più agile e scaltro del sottoscritto. E’ finita che me lo sono portato dietro anche a casa di Jim e Jean, due che mi danno da dormire. Amici, insomma. Tanto amici che me la spasso con Jean, senza dirlo a Jim. Lei si concede e poi si vendica. Insultandomi. Dicendo che sono una nullità. E valgo poco. Lo so. E forse è così davvero. Forse è così per tutti noi al Village, in questi maledetti anni Cinquanta.

Cantiamo – o meglio, cantavamo – il folk americano. Bob Dylan, come Phil Ochs, non erano ancora nati. In senso musicale, sia chiaro. Noi colmavamo la lacuna di quell’immenso buco nero tra Woody Guthrie e Dylan appunto. E poco ci interessava la protesta. Facevamo, più che altro, musica d’autore e vivevamo perennemente dilaniati nel solito dilemma. Odiavamo la musica commerciale, quella che dava il successo, il volgare successo. Ma solo le vendite garantivano verdoni e solo con i dollari si riusciva a mangiare un pasto caldo. E dormire sotto un tetto vero. L’arte pura, d’autore, quella che piaceva a noi… Ebbene, piaceva solo a noi. E in quei fottuti basket, di quarti di dollaro ne cadevano davvero pochi. Così non sapevamo che cosa sperare che accadesse, se aver successo e perdere spessore artistico, almeno nel nostro immaginario collettivo, ma almeno vivere oppure il contrario.

In questo scacco un giorno sono partito per Chicago. Un’odissea più che un viaggio. Ma tant’è. Dovevo incontrare Grossman, un talent scout di sicuro affidamento. Andò malissimo. Mi chiese se cantavo solo e bluffai. A metà, per essere sinceri. Avevo un compagno e lo dissi, ma la verità era che Mike era morto. Si era ucciso. E io ero rimasto solo. Quando tornai, ritrovai il Village come lo avevo lasciato. E una sera entrai al Gaslight…

Mi chiamo Llewyn Davis. E questa è la mia storia. Un grande cerchio che si apre e si richiude su se stesso. Ah, dimenticavo, io non sono mai esistito davvero. O meglio, nella vita mi chiamavo Dave Van Ronk e questa favola in chiaroscuro è frutto di fantasia e di realtà. Una mescolanza. Un cocktail, come si direbbe oggi, nel nuovo millennio. Come Van Ronk non ero nemmeno riuscito a finire la mia autobiografia. La completò un amico, Elijah Wald, un tipo che dormiva sul divano a casa mia. Neanche Bud Grossman, l’impresario di Chicago, è mai esistito. Nella realtà si chiamava Al Grossman ed era un produttore. L’ispirazione viene da lì. Come Jim e Jean, nati sulla falsariga di Paul e Mary, che suonavano nel loro trio folk con l’amico Peter. Ecco, insomma, io sarei Peter in quell’insolito triangolo. Io saluto qui, altro non si può chiedere a un personaggio di fantasia. In comune con Van Ronk ho il titolo del mio disco. Cioè del suo. Le origini familiari. E il genere musicale.  Chiudo con la musica. Quella è vera. Ed è integrale. E’ quella che piace a Joel ed Ethan Coen, che, a un repertorio simile, avevano già attinto per Fratello, dove sei? riproponendone brevi stacchi. Llewyn Davis, cioè io… Beh, io canto per intero.

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