Mistero del pezzo di carta. Averlo. Utilizzarlo. Che poi, a ben vedere, sono concetti diversi. Diversissimi. Tanto è vero che c’è chi lo usa senza nemmeno averlo. E chi ce l’ha, non riesce a usarlo. Ben pochi lo sfruttano in modo proprio. Traduzione, nella vita sono riusciti a fare quello per cui hanno studiato. Il pezzo di carta è la laurea, come si sarà capito. E averla, con i tempi che corrono, non significa assolutamente nulla. Tanto è vero che il paradosso di Smetto quando voglio di Sidney Sibilia, lungi dall’essere peregrino, è quanto mai probabile.

Risultato, archeologi che dirigono scavi per il dissotterramento dei tubi del gas, chimici che lavano i piatti sotto padrone in un ristorante cinese, latinisti che fanno i benzinai alle dipendenze di un cingalese e… un economista “strangolato” dai Sinti. Finché a un microbiologo, trombato dal solito raccomandato di turno e rimasto a piedi anche con l’assegno del dottorato, si accende la fatidica lampadina. Se la ricerca in laboratorio non dà i suoi frutti, potrebbe darli pur sempre tra le provette clandestine. Così, in coppia con il chimico, entra di soppiatto all’università per confezionare una nuova droga ai limiti della legalità. Nessuno dei composti figura sul prontuario delle sostanze proibite e tanti saluti alla legge e alla povertà.

Naturalmente i reati commessi sono una sfilza interminabile, ma l’accusa di diffondere composti vietati nessuno può imporla. E così il microbiologo borderline riannoda i contatti con gli altri ex colleghi, umiliati dal destino e dalla crisi e mette in piedi una banda di ex ricercatori genialoidi, sui quali ben presto cade una pioggia di quattrini. Tuttavia con gli euro piovono anche i guai e i ricercatori finiscono… ricercati. Le “paste” per dirla in gergo, ovvero le compresse dello sballo giovane, sbaragliano il mercato dello spaccio e la ricchezza, che porta con sé donne facili, mette a dura prova anche già precarie situazioni familiari. Ma l’emergenza morde e continuerà a mordere anche dopo lo scorrere dei titoli di coda sul grande schermo. Ovviamente senza sconti per nessuno, meno che mai per la politica che entra dalla porta principale delle aule degli atenei per condizionare scelte e decisioni.

Docenti vuoti e svuotati, forse mai stati pieni di passione scientifica e studio, insieme a rampanti cavalli sponsorizzati dalle nuove geografie parlamentari si scontrano con talenti veri, messi in ridicolo da un mondo iperbolico. Ma è la società degli anni Dieci del secolo XXI, forse in questo mai progredita rispetto agli anni cupi del passato più passato che c’è.

Per carità, nulla da temere. Trattasi di commedia, il tono è leggero e, seppur con una certa parsimonia, più di qualche risata accompagna i fotogrammi. Lo spunto è brillante, ma il film – al di là dell’idea di partenza – si sviluppa in un continuum più scontato. Smetto quando voglio non ha temi morali da diffondere. E’ la caricatura della crisi. O perlomeno di uno dei lati di essa. Il cinema italiano è stato molto sensibile all’argomento e, in questi ultimi dodici mesi, più di un titolo, in modi e tempi diversi, hanno ricamato sulle difficoltà economiche, allargando anche il concetto di crisi alla sfera morale e sociale, nel tentativo di sondare implicazioni personali quanto contingenti, legate ad anni difficili. E’ avvenuto attraverso cosiddetti remake – Aspirante vedovo di Massimo Venier, ricalcato sul Il vedovo di Dino Risi –  o per mezzo di idee originali quali  Piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo, Il Sud è niente di Fabio Mollo, Il capitale umano di Paolo Virzì e via elencando. Un filone amaro che soltanto Sole a catinelle è riuscito a incrinare, cercando di tagliarer il buio della crisi con la luce dell’ottimismo.

 

[youtube seEhOShK0cc nolink]

Tag: , , , ,