-Ti presento il signor Rembrandt. Mai visto prima, vero…

-Molto lieto

 

 

 

 

La guerra è saccheggio. Bottino conquistato. Trofeo. La tracotanza del conquistatore è lo scalpo culturale inferto al vinto. I dipinti trafugati. Le sculture. Pegni di vittoria. E il museo delle bellezze sottratte all’altrui patrimonio diventa il fiore all’occhiello del trionfatore. O, semplicemente, il suggello di chi sottomette terre e popoli. E con essi si impossessa perfino della cultura. Conflitti di ieri e di un altro ieri, più lontano nello spazio e nel tempo, costellati da un’attenta razzia di capolavori dell’arte che hanno simboleggiato e “incoronato” chi ha prevaricato il nemico. Togliendogli il bagaglio più prezioso. Le tappe della sua evoluzione. I prodigi del pensiero e del concetto. Le parole. Le immagini. Simulacri di pietra, di carta o di tela, di una crescita secolare.

Le dittature del secolo breve hanno infierito. Il nazismo soprattutto. E nella miniera di salgemma di Altaussee erano stipati oltre cinque milioni di perle dell’arte europea. Migliaia di opere dei più celebri artisti – Leonardo, Michelangelo, Van Eyck, Rembrandt, Vermeer -, 6.577 dipinti, 230 disegni o acquerelli, 137 sculture, 122 arazzi e e tra le 1.200 e le 1.700 casse di libri rari. Al di là dell’oceano, le razzie in chiese, musei e perfino il furto di statue fece trasecolare la comunità artistica americana. E partì il contrattacco. All’americana. Fu istituita immediatamente una commissione bipartisan che sottopose il problema a Roosevelt e ne nacque un manipolo di uomini, in divisa. Con i gradi. E una laurea in tasca. Architetti e docenti di arte che nel Dopoguerra avrebbero occupato posti nevralgici nella cultura a stelle e strisce. James J. Rorimer sarebbe poi divenuto il direttore del Met, il Metropolitan museum di New York.

Ma allora li chiamarono Monuments men,  che oggi dà il titolo al film girato da George Clooney in Germania e Inghilterra. Lo spunto nasce dal libro di Robert Edsel e Brett Witter, edito da Sperling & Kupfer, che racconta le vicende di questa squadra di attempati combattenti in nome dell’arte. Obiettivi principali la Madonna di Bruges di Michelangelo e il polittico dell’Agnello mistico di Van Eyck. Due gioielli razziati nottetempo per ordine del Führer. La scultura del maestro del Rinascimento italiano è un pezzo straordinario. Sottratta alla chiesa di Nȏtre Dame a Bruges , la statua, alta 128 centimetri, riproduce una Madonna che non culla il bambino. Questi le sta scivolando dal grembo, come se stesse iniziando a camminare. Considerato il capolavoro più celebre conservato in Belgio, fu rubato dai nazisti nel settembre 1944 e restituito alla nazione proprio dai Monuments men. Il polittico dell’Agnello mistico ha attraversato invece numerose traversie lungo i secoli ed è denominata anche la pala d’altare di Gand.

Dalla caccia a questi tesori razziati e dispersi prende le mosse il film in cui i fascinosi protagonisti appaiono più come modelli fuori dalla passerella che non le controfigure dei personaggi che furono. Matt Damon, brillantissimo a fianco di Michael Douglas in Dietro i candelabri, cui spettava molto maggior fortuna di quella ottenuta, insieme a The Artist Jean Dujardin e allo stesso Clooney sembrano molto più interessati a piacere e piacersi piuttosto che adoperarsi in nome della ricerca del capolavoro perduto. Sbiaditissime ombre di Indiana Jones pronte per la casa di riposo. Ben più arzillo Bill Murray, il vecchietto della compagnia, con i suoi 63 anni mal portati, vezzo – o forse vizio – di un attore già esteticamente vecchio a soli trent’anni.

Al di là della recitazione, il difetto maggiore di questo film è la sua fragilità. La sua non classificabilità che si traduce in un problema di identità. Il tema è intrigante, originale, nuovo, inedito per il cinema che, ai Monuments men della storia, ha degnato da sempre uno sguardo superficiale e distratto. Ma lo sviluppo disorienta. Il film non ha alcuno spessore storico, ma si riduce a una sorta di avventura e confronti bellici a distanza con gli avversari. Manca il pathos della Storia e quello della storia. Dove una maiuscola fa la differenza. Così non si è più Indiana Jones e nemmeno si acquisisce la profondità necessaria per nobilitare la felicissima scelta di un argomento interessante, ma maltrattato. La stessa Claire Simone, direttrice che catalogava le opere d’arte sul punto di essere razziate, controfigura di Rose Valland, realmente esistita e interpretata nella finzione da Cate Blanchett, sembra una svenevole innamorata con il tenente James Granger (Matt Damon) quanto puntigliosa nel suo giustificato disgusto per l’ufficiale nazista che pilota i furti d’arte.

Monuments men ha insomma un tono da fotoromanzo che delude e non convince. E’ un’occasione mancata per far riemergere un frammento di Storia rimasta ai margini della vulgata ufficiale e andava certo affrontato diversamente, togliendo quel patinato compiacimento recitativo e attoriale a vantaggio di una ricostruzione storica più puntigliosa e rigorosa. Inascoltabili le musiche, con improponibili marcette stile Il ponte sul fiume Kwai, un film del 1957 di David Lean al quale andarono sette Oscar, colonna sonora compresa. Ma erano quasi sessant’anni fa. E la musica ne ha fatta di strada. Nel nuovo millennio le marce vanno di moda più che altro a Capodanno.

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