Siamo tutti collegati. L’eterna lotta tra il bene e il male non si combatte con gli eserciti, ma con la singolarità

 

 

 

Pegaso bonario. Il più famoso e mansueto dei cavalli alati. Morti premature e longevità insospettabili. Da bruciare Matusalemme e Giobbe messi insieme. Amor vincit omnia, dicevano i latini. Benché la bellissima muoia di consunzione poco più che ventenne. E un diavolo, guastatore quanto pasticcione, tesse un ordito bislacco quanto lui e, alla fine, soccombe all’amore imperante, nonostante il sostegno di Lucifero, nell’insolita fisionomia di un nero. E certo qualcuno avrà già abbozzato un ghigno sardonico. Dopo quattro righe compare Belzebù in versione coloured… D’accordo che laggiù all’inferno le fiamme bruciacchiano anziché no, ma Satana nero proprio sembra una bestemmia. Pardon, uno sproposito.

Quasi come un cavallo alato, pacatamente posteggiato all’ultimo piano di un grattacielo. New York, anno del Signore 2014. Il giovane pieveloce che, con la bella e un bimbo malato, raggiunge quel Pegaso bianco a trecento metri dal suolo, ha circa centovent’anni. E non li dimostra affatto. Né nei lineamenti, meno ancora nell’atletico slancio che lo porta a seminare l’eterno satanasso alle sue calcagna. Un altro che gli anni se li porta assai bene benché con qualche chiletto in più. Sarà la differenza d’età – quella vera – fra  il fascino trentenne di Colin Farrell e il mezzo secolo di Russel Crowe, al quale – del Gladiatore – oggi è rimasto ben poco. Sia come sia, tra l’agile Peter Lake, alias Farell, centovent’anni nella finzione e quel diavolo di Russel Crowe duemila e passa anni a fare danni, quel chiletto di troppo si può pure tollerarlo.

Amenità a parte, la verità è che Storia d’inverno di Akiva Goldsman è una favola moderna che il regista – già sceneggiatore tra l’altro di Batman forever, Il codice Da Vinci, Angeli e demoni, Mr & Mrs Smith, Lost in space e Starsky e Hutch – ha tratto dal libro di Mark Helprin, con lo stesso titolo. Akiva Goldsman si è imbattuto in queste pagine in un momento tragico della sua vita, dopo la morte della moglie, scomparsa per un attacco di cuore a soli 48 anni. L’amor che move il sole e l’altre stelle, suggestioni da paradiso dantesco, muove anche queste fantasie divenute film. Tante storie. Un po’ come gli astri della volta celeste. Un po’ come gli uomini. Storie che convergono in un unico fiume narrativo.

Un ladro impenitente che ruba quello che può e si ribella al suo padrone, il demonio. Scelta che gli costerà un inseguimento forsennato nel quale entrerà nella casa di una nobile schiatta per svaligiare la cassaforte. Ma solo lì si accorgerà che il pegno più prezioso non lo ha ancora portato via a nessuno. Il cuore della fanciulla che lo sorprende e lo redime sarà la sua conversione. Nasce un altro Peter Lake ma non potrà sottrarsi all’angoscia di vedersi morire fra le braccia quella donna che ormai ama e vuole sposare. E che disgraziatamente si consuma del tutto. Il brigante convertito si abbandona al destino e sembra perfino avere la peggio nel confronto finale con quel Belzebù in doppiopetto. Tuttavia, all’improvviso, da quelle ceneri “risorge” un Peter Lake ormai profondamente immerso nel XXI secolo , ma privo di memoria. A riconquistarla lo aiuterà una giornalista con accesso ad archivi selezionati e in cambio lui cercherà di aiutarla a salvare il suo bambino, preda di una malattia inguaribile.

Moltissimi i temi affrontati con un denominatore prevalente. L’amore e i suoi effetti. Per amore si nasce. Si può morire. Ci si può convertire. Si soffre. Si combatte. Peter Lake non perde occasione per essere protagonista di ciascuna di queste azioni che vanno a toccare altre sfere. La redenzione. L’abbandono di una vita costruita sulle cattiverie e il superamento di quella frontiera che lascia approdare al Bene. Il ladro diventa un combattente per la felicità e il suo altruismo lo porta a darsi da fare per il Bene collettivo. Non per altro a trionfare saranno le sue gesta e i suoi gesti. Accompagnati dalla voce femminile narratrice che fornisce un filo conduttore allo spettatore.

Benché si tratti di una favola il film paga un pedaggio altissimo all’incongruenza e all’inverosimiglianza di troppe situazione. Il cinema è tutt’altro che obbligato ad essere conforme al reale, ma Storia d’inverno sembra allontanarsi decisamente un po’ troppo perfino dai canoni della plausibilità ideale. Impossibile che un personaggio viva centovent’anni con lo stesso sorriso da trentenne. Inammissibili i cavalli alati a New York. Sproporzionate le età dei protagonisti. Una bambina dei primi anni del Novecento appare come un settantenne dopo oltre un secolo. Particolari insomma che infastidiscono perché sembrano farsi beffe dell’intelligenza dello spettatore o, in alternativa, appaiono spie di una superficialità trasandata. Per questa ragione il film, adatto a grandi e piccini, rischierà di lasciare a molti la bocca amara. Nonostante l’amore. E una morale inossidabile da millenni. Amor vincit omnia. O, se preferite, L’amor che move il sole e l’altre stelle…

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