-Immobivilente non è una parola

-Ma l’abbiamo inventata…

-Disinventatela!

 

 

 

Supercalifragilistic-espiralidoso. Anche se a sentirlo può sembrare spaventoso… Mistero misterioso dal successo strepitoso. Realtà e fantasia in un cocktail curioso… Supercalifragilistic-espiralidoso. Ed eccole, due storie, belle e affascinanti, che s’intersecano. S’incrociano. Si congiungono. Si mescolano. E finiscono per essere un tutt’uno. In parte vere, cioè realmente vissute. Ed esistite. Come la vita di Pamela Lyndon Travers che ha attraversato quasi un secolo, dal 1899 al1996, e tre continenti. Europa, Oceania e Nordamerica. Ha solcato la letteratura. Povertà di origini faticose in quel Queensland piegato dalla calura. Dal sole. E dall’alcol. A fiumi nella malconcia salute di un papà, devoto alle figlie, ma depresso sul lavoro. E ricchezza di una terza età da scrittrice. Autrice e creatrice di un personaggio che ai bimbi di ogni decennio ha regalato sorrisi. Quel modo sbarazzino di prendere una pillola. Con un poco di zucchero la pillola va giù. La pillola va giù.

E in fin dei conti, la pillola era andata giù anche alla signora  Travers che, sulle prime, proprio non voleva saperne. Mary Poppins, la sua creatura, non doveva diventare un film. Tanto meno di quelli di Walt Disney, con quei disgustosi pinguini e quelle inascoltabili canzoni. E lui, il boss, mister Walt, se le è dovute sudare le sue sette proverbiali camicie, ma alla fine quella vecchia promessa fatta alle figlie l’ha mantenuta. Porterò Mary Poppins al cinema. E l’ha fatto. Grazie alla signora Travers. Ma servendosi di un aquilone.

Saving Mr. Banks di John Lee Hancock è il punto di incontro di queste storie. La fantasia di un personaggio mai esistito. La supertata Mary Poppins. La realtà di una bimba, figlia di un bancario più volte nel mirino e infine licenziato. Un Mr. Banks in piccolo, insomma. La scrittrice Pamela Travers. E l’avventura di un eroe di carta, una bambinaia che approda sul grande schermo. Un film che ha sedotto grandi e piccini fin da quando – ed era il 1964 – Julie Andrews interpretò quella baby sitter con l’ombrellino. Pronunciando molte parole strane. E con un po’ di zucchero sempre pronto all’occorrenza per far andar giù la pillola. Realtà e fantasia, dunque. Perché Saving Mr. Banks si svolge su due piani incrociati, la vicenda di Pamela piccina. Innamorata di quel papà sempre perso dietro sé stesso. Un padre fragile. Che l’amore delle figlie più spesso travolge. Natura tanto più umana da mettere fuori gioco l’uomo forte. L’eroe incrollabile che non perde un colpo. Ma non è “vero“.  Perché è umano perderli. I colpi. E chi non ne perde appare troppo lontano dall’umanità reale.

E un secondo livello. La trattativa di una scrittrice, gelosa della sua creatura, con il papà dei cartoni animati. Doveva nascerne un film. Ed è nato. Doveva accadere. Ed è accaduto. Un uomo ha mantenuto la parola con le sue bambine. Una signora, ormai attempata, ha incassato più di qualche singolo penny. Ha “salvato” la sua casa londinese, facendo la gioia del suo agente. E ha reso omaggio a quel papà lontano nel tempo ma non nel cuore. Lontano nella distanza di un amore mai incrinato. Un modello sul quale è stato costruito mister Banks. Già, proprio quello di Mary Poppins. Il film di Hancock, protagonista di Un mondo perfetto di Clint Eastwood, è una contaminazione di tutto questo. Sogno. Malinconia. Magia. Suggestione. Fantasia. Storia. Creatività. Nostalgia. E naturalmente amore.

Saving Mr. Banks è un ottimo film e, tutto sommato, era forse il vero Disney di Natale. Molto più di Frozen, una sdolcinata fiaba troppo zuccherosa e melensa, annacquata da musica alla lunga stucchevole.  La genesi di Mary Poppins è a sua volta, a metà strada fra una fiaba e una storia. Fra un miracolo e un sogno. E   questa poliedricità di forme, aspetti e sensazioni conferisce una ricchezza di temi e di colori da renderlo adatto a grandi e piccini. Senza banalità. Ma con tanta dolcezza e infinita raffinatezza. La storia di Mary Poppins, raccontata come una favola che al tempo stesso favola non è . Ma identità di figure. Di fisionomie. Di reminiscenze. Di caratteri. E di storie.

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