Che male c’è a sognare qualcosa di diverso…

 

 

 

 

 

Nelle pieghe di Roma nasce un sogno. Mestieri consumati. E vite rosicchiate. Esistenze corrose dalle piccole grandi sciagure della quotidianità. Vecchi in preda all’Alzheimer. O alla schizofrenia. Commercianti spregiudicati che affittano case inesistenti e fuggono con il malloppo. Lavori che si perdono. Sfratti che piombano come incubi. Ma incubi non sono. Piuttosto, drammatiche realtà. E separazioni familiari che costano. L’importo saldato dal sentimento. Nel sottobosco di questa umile povertà nasce un sogno. Folle come la situazione di chi vive quell’emarginazione fattasi sofferenza. E cerca il riscatto nell’astrazione di ciò che sembra incoscienza agli occhi di chi non sogna. A quelli di chi vive. E spera solo in un riscatto da quei giorni così normali. Quanto cupi. E minacciosi.

La mossa del pinguino, opera prima di Claudio Amendola nelle vesti di regista è la storia di un confronto. Fra chi sogna e chi non sogna. Fra chi vive ancorato pesantemente sulla terra e chi si astrae da essa. E riesce a ridere delle umane miserie, perfino quando sono le proprie. Così il suicidio di un vecchio che, all’ultimo stadio di un cervello annebbiato dagli anni e da una mente malata, si getta dalla finestra diventa l’ultimo regalo di un padre a un figlio che lo accudisce, a costo di sacrifici immensi. La separazione di una donna che caccia di casa il marito-bambino, troppo bambino per essere padre, diventa la consapevolezza di una diversità. Il saper sognare rispetto a quella se stessa che non sogna più. O forse non ha mai sognato. E la donna in fuga diventa la prima tifosa di quel marito col cervello da immaturo. E infine il campione di boccette, usuraio a tempo perso, che scopre negli anni una piccola filosofia di vita. “Il segreto è accostare la boccia. Non dico che si vinca sempre, ma non si perde quasi mai”. La teoria del pareggio. Che talvolta serve a vivere. O, quantomeno, a sopravvivere.

E a questa si avvicina proprio la mossa del pinguino che, quando è in debito di forze, si lascia scivolare sulla pancia per arrivare all’agognata acqua. Cioè alla vita. E, grazie alla mossa del pinguino, quella squadra di quattro improvvisati disperati afflitti da faciloneria patologica, riescono a mettere insieme l’unico punto al campionato olimpico di curling. Unica rappresentanza nazionale  di una federazione che non esiste. Lo spaccone. Il precario. Il disoccupato. E il pensionato. Non vincono, ma accostano. Come predicava la filosofia di quell’attempato saggio con trascorsi nella malavita. Un poker di sfaccendati che vivono la loro normalità insoddisfatta fino ad approdare alla dimensione concreta del sogno. Le Olimpiadi invernali. Là dove non tutti giungono. Là dove esserci equivale a una vittoria, anche se tale poi non sarà. Là dove ci si rende conto di quanto ciò che sembri facile da lontano, poi si riveli difficile – talvolta difficilissimo – da vicino.

La mossa del pinguino non è un film comico se con ciò si vuole intendere la precipua funzione di far ridere. Può essere invece definita una commedia a sfondo amaro dove la vittoria è una frontiera tuttora da raggiungere, ma ben lungi dalla portata comune. Eppure la felicità può anche stare in un sogno piccolo piccolo. Ma talmente vero da inebriare. L’opera prima di Amendola non è un capolavoro, ma è ricca di buoni spunti e di umanità vera e verace. Vive tuttavia lo scacco di un malinteso e di un’imprecisione fuorviante. Il tempo. Quello rappresentato e quello percepito. La vicenda è ambientata nel 2005, ma le sensazioni sono quelle di un’attualità che tenta di presentare l’Italia negli anni della crisi. Un’emergenza sociale ed economica che nove anni fa non esisteva e nemmeno apparteneva agli orizzonti delle previsioni. Nella Mossa del pinguino questa temperie dei giorni correnti è più che mai palpabile nelle infinite difficoltà in cui si dibattono i protagonisti. Accostamento stridente. Antonello Fassari, transfuga dei Cesaroni senza comicità, è un usuraio arrogante e un maestro di boccette da ultima sera al bar. Ricky Memphis è il buono per tutte le stagioni, fior fiore dell’ingenuità capitolina. Ennio Fantastichini è un attempato e claudicante ex vigile avvelenato dalla vita. Edoardo Leo è il sognatore che finisce bastonato dagli uomini e dal destino. Francesca Inaudi è la donna concreta e di buon senso, la madre scrupolosa benché manesca. Ma dotata di cuore. Tutti a loro modo… accostano la boccia. Ma nel 2005 eravamo abituati a vincere.

 

[youtube b8BiWldy6jY nolink]

Tag: , , , ,