Esiste una sola via per mettere al giudice un ragionevole dubbio che liberi tutti e due…

 

 

 

 

 

Una serata di bagordi. E l’ubriachezza che si fa strada. L’investimento è una fatalità, ma spiegarlo è difficile. Il caso offre una via d’uscita. Il solito. Il peggiore viene incolpato. Il capro espiatorio ha la faccia brutta del solito ceffo, anche se non c’entra. Anche se quella volta non ha colpe dirette.

L’incolpevole punito. Benché sia tutt’altro che un santo. Il colpevole nemmeno inquisito. Prerogativa di essere al di sopra di ogni sospetto. Ma la ragnatela stavolta è complicata. Intricata. Profuma di inganno. Incrociato. Il buono è colpevole, ma è uno stimato procuratore. E, come tale, non può esserlo. Il cattivo è innocente, ma è un criminale. E, come tale, può esserlo solo lui. Lo schema, elementare fino all’evidenza, verrà confermato con un’indagine insolita. Il reo scopre di essere il pretesto di un meccanismo più complesso. E va oltre se stesso. Oltre la propria impunibilità. Oltre l’assoluzione incidentale per smascherare una catena di delitti. Il serial killer, insomma, non investì il passante. Teorema di una verità possibile.

Un ragionevole dubbio di Peter Croudins, al quale dobbiamo Sliding doors, stringe il problema proprio in questo confronto in cui la faccia onesta della legge s’imbatte in un incidente per il quale rischia la condanna un assassino,scampato alle grinfie del giudice per i numerosi delitti commessi, ma incastrato per l’unico in cui non ha colpe. In realtà, l’uomo investito e ucciso dall’avvocato, in preda all’alcol dopo aver festeggiato con i colleghi la sua prima paternità, era egli stesso un pregiudicato contro il quale l’incolpevole inquisito stava vendicando un torto antico.

L’accavallarsi di torti e vendette si attorciglia in modo inestricabile e la chiave del film – o meglio il tema del film – sta probabilmente tutto qui. Tare mai smaltite. Violenze mai dimenticate. Sofferenze mai metabolizzate. E soprattutto l’impotenza del sopruso che risveglia un insaziabile desiderio di repressione forse nella convinzione che prevenire uccidendo è l’unica strada possibile per evitare il ripetersi di crudeltà ai danni di innocenti. L’incontenibile sete di pregiudizio e di ritorsione non si placa nell’animo di un uomo che, dopo essersi visto sterminare la famiglia sotto gli occhi, rinuncia a trascorrere in casa le proprie notti preferendo ogni volta scannare un pregiudicato diverso.

Eppure esiste un ragionevole dubbio. Una terza via che consenta all’omicida seriale di scamparla, scagionando allo stesso tempo l’avvocato in panne con il codice. Della strada. Ma sarà proprio a questo punto di non ritorno che il procuratore sceglierà la via della giustizia. Si assumerà la sua parte di responsabilità incastrando il rivale che lo tiene sotto scacco conoscendo la verità. Un ragionevole dubbio è un thriller che premia gli appassionati di John Grisham, prima maniera. Un’ora e mezza che vola in un montaggio e una narrazione lineare sulla falsariga dei serial televisivi di maggior successo. Apparentemente è un’opera che non lascia tracce profonde in quanto riconducibile alla doppia tematica del confronto fra la legge di giustizia umana e quella di codici e pandette. Il senso accentuato del politicamente corretto all’americana premia la seconda interpretazione, perché nella terra del Giustiziere della notte – vero antecedente del film di Croudins – c’è posto solo per il braccio reale, non quello violento, della legge.

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