Tutti quei batteri, batteri, batteri ovunque…

 

 

Non è detto che l’amore possa far guarire dall’ipocondria. Non è detto nemmeno che un equivoco possa far guarire dall’ipocondria. Certo è che entrambi possono mettere di buon umore. E per una risata non è mai morto nessuno. Non solo. Più di uno si è addirittura rasserenato l’esistenza. Se poi questo sdrammatizzare aiuta a prenderla sul ridere…. E prenderla sul ridere aiuta a lasciar liberi i sentimenti… Beh, può capitare di innamorarsi. E, lo sappiamo tutti, un cuore ferito da quelle frecce avvelenate di Cupido non muore. Anzi. Fa dimenticare tutti gli altri mali. E può guarire. Anche dall’ipocondria.

Storia di Romain Faubert, talmente ipocondriaco da essere Supercondriaco. Viso di Dany Boon, regista e protagonista, preda di eccessi e paure. Preda di ossessioni. Su tutte i bacilli, altrimenti detti virus. O meglio, germi. Una malattia asintomatica se non per l’unico dettaglio di distruggere altrui vite. Medici costretti a curare chi è sano. Sanissimo. Ma timoroso di ammalarsi premendo i tasti di un citofono. O sciacquandosi i piedi nella vasca che consente l’accesso in piscina. O semplicemente premendo una maniglia.

Cosa c’entra l’amore… C’entra. C’entra. Perché capita che l’ossessionato supercondriaco, coinvolto in una missione umanitaria per esorcizzare quell’ossessione patologica, venga scambiato per un pericoloso fuoriuscito, leader delle bande partigiane di un Paese travolto dalla dittatura. Quel falso combattente diventerà un mito e come ogni mito che si rispetti non potrà morire di paura davanti a un citofono o a una porta chiusa. Non parliamo di fronte a certi cibi… Ma siccome nulla è perfetto, l’eroe della resistenza si smaschera da solo e le sue debolezze vengono evidenziate da un ridicolo cagnolino, proprio mentre lo scambio di persona viene a galla grazie all’intuito del turlupinato medico.

La chiave sarà l’internamento del colpevole, del quale viene mantenuta la falsa identità. E il supercondriaco finirà in galera. Una buia e ripugnante cella in coabitazione con topi e scarafaggi. C’è chi la chiama terapia d’urto. E chi invece non la chiama. Ma coglie l’opportunità a scopo, appunto, terapeutico per disintossicarsi. E… E non finisce qui, ovviamente.

Supercondriaco nasce come idea durante le riprese di Un piano perfetto di Pascal Chaumeuil in cui Dany Boon è il protagonista con Diane Kruger. I tempi non sono ancora maturi e il progetto deve decantare. Lo stesso titolo attraversa fasi complicate e arriva a quest’unica parola, diretta come un cazzotto, ma stemperata dal faccione scherzoso di Dany Boon con il torvo Kad Merad a destra e la sorridente Alice Pol – anche lei nel cast di Un piano perfetto – a sinistra. Attrice destinata a tornare nei film di Boon, se questi si ripeterà in direzione.

Supercondriaco è un film gradevole, elegante, come del resto nella maggior parte della cinematografia francese in generale. E con raffinatezza si ride. Senza mai cedere al greve e al volgare pur affrontando temi diversi. Non solo dunque l’ossessione farmacologica per la prevenzione e la purezza da ogni contaminazione, ma anche il rapporto uomo-donna, in più di un’occasione faticoso anche laddove esso si traduce nella dinamica fratello-sorella oltre che in quella classica di marito e moglie.

A complicare l’esame psicologico sentimentale della pellicola si aggiunge un terzo spunto, quello della crisi di identità per mezzo della quale il pavido è costretto a vestire i panni dell’eroe e quest’ultimo quelli del fuggitivo braccato. Per entrambi, un ruolo poco congeniale che non rappresenta né la realtà né l’emulazione, ma semplicemente una nuova vita nella quale nessuno dei due si trova a proprio agio. La guarigione è assicurata. E avviene attraverso quelle stesse risate che Supercondriaco riserva a chi lo vuole vedere. Magari perché affetto da ipocondria. O magari per scongiurare l’ipocondria di un compagno ossessionato dalla guerra contro i mulini a vento.

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