Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi torna a volare nel vento…

 

Il ricordo non è mai indelebile. La memoria si appanna. La Storia non sempre aiuta a consolidare figure. E oggi Enrico Berlinguer, segretario del Pci, è per molti un nome e un cognome di quelli che si affidano al vento. E spesso si coprono di polvere. Depauperato. Scambiato. Bistrattato. Banalizzato. Evaporato dalla coscienza storica di posteri distratti. Quando c’era Berlinguer, documentario firmato da Walter Veltroni nelle insolite vesti di regista, ricostruisce lo spessore di un personaggio che sarebbe ingiusto lasciar precipitare nell’oblio. Comunque si pensi. E Veltroni, statista molto più che discutibile allora nei ranghi della gioventù comunista, confeziona un omaggio al Capo, per definirlo con le parole del Peppone guareschiano, decisamente ragguardevole. L’aggettivo non è un giudizio di merito su Berlinguer né la concordanza ideologica con una dottrina politica, ma l’indice qualitativo di un’opera che talvolta inclina verso l’agiografia tuttavia chiarisce qualcosa che oggi sembra appartenere al passato remoto di un’era geologica da paleontologi. Un dibattito politico secondo vecchie regole, lontane da scandali e corruttela, ma basato sulle idee.

E’ lo spaccato di un’Italia che fu. Il Dopoguerra della sinistra italiana. Un partito comunista che tentò altre strade rispetto al socialismo sovietico. Il Pci del compromesso storico. Il dialogo  con Moro finché le brigate rosse, in quel confronto, intervennero a modo loro. Facendo risuonare il fragore sinistro delle armi. Spezzando vite innocenti. Rendendo martiri, uomini soli. Non soltanto il leader democristiano. Ma lo stesso Berlinguer, promotore e artefice – con lo stesso Moro – di una relazione bilaterale che rimase strozzata fra via Fani e via Caetani. A due passi da Botteghe oscure, storica sede comunista. Non a caso. E coloro che tentarono di salvare vite in pericolo, come papa Paolo VI che forse iniziò a morire proprio in quei tragici giorni, in cui lanciò un appello – rimasto inascoltato – perché fosse risparmiata la vita all’amico statista democristiano.

Berlinguer era fra gli intransigenti. Fra coloro che ritenevano non si dovesse scendere a patti con i terroristi. E ammonì gli stessi familiari che se al posto di Moro, un giorno, si fosse trovato lui, nulla dovesse essere fatto per sedersi a un tavolo con i fuorilegge. Veltroni ricostruisce quelle dinamiche e non solo. Il Berlinguer che pilotò il Pci a un sorpasso elettorale soltanto sfiorato. Berlinguer degli scontri serrati sul tema del divorzio con il vescovo di Ivrea. Berlinguer di tante tribune elettorali in bianco e nero. Tra attriti acerrimi ma composti. E un fumo di sigarette che sembra perfino penetrare lo schermo. Emblema anch’esso di una televisione che fu. Berlinguer criticato dalla marcia dei 40mila colletti bianchi. Berlinguer alla prese con la malattia che lo insidia e lo minaccia sul palco di Padova. Berlinguer a cui l’acerrimo avversario Giorgio Almirante, leader del Msi, rende omaggio perché “era una persona onesta”.

Il documentario di Veltroni è un film biografico che ci riporta a un passato niente affatto scontato. Lo spiega in modo esauriente la prima carrellata – forse non originale ma certo esemplificativa – sui giovani di oggi che, nella stragrande maggioranza ignora chi sia stato Enrico Berlinguer. Nel bene e nel male. E oggi lo ignora perfino chi oggi studia nel suo stesso liceo di allora, l’Azuni di Sassari. Nel film intervengono volti celebri di ieri e di oggi. Il presidente Napolitano. Il cantante Jovanotti. L’ex terrorista Alberto Franceschini. La figlia Bianca. Il vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, ultranovantenne e coetaneo oltre che avversario ideologico di Berlinguer. Insieme a volti meno celebri come l’autista, come un operaio padovano attivista del partito. Insieme a volti comuni che sorridono divertiti guardando la macchina da presa. Hanno dimenticato. O forse non hanno mai saputo. Per loro, Enrico Berlinguer, è tornato a volare nel vento.

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