Deve assomigliare a questo la morte. Un blocco dell’immaginazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venne la morte. E di chi avrà gli occhi, forse, nessuno può dire. Venne la droga. E di chi avrà pensieri stupefacenti in pochi sanno dire. Venne l’amore. E di chi avrà il cuore lo può dire solo chi quel cuore possiede davvero. Yves Saint Laurent è stato molto più di questo. Amore. Morte. E droga. E’ stato poesia di abiti femminili. Inarrivabile maestro nel vestire la meraviglia di quei corpi di donna che a lui non piacevano. Inventore di un genere, il prêt à porter. E’ stato genio. Timidezza. E arte. Emblema di un mondo che forse non è più. Anche la moda ha preso direzioni diverse, ormai. Industria più strutturata. Granitica. Niente più di confidenziale. Tramonto di un universo a misura creativa.

Yves Saint Laurent di Jalil Lespert è un caleidoscopio di emozioni e sensazioni. E’ un film sull’uomo più che sullo stilista. E sulla sua indiscussa e indiscutibile arte del vestire la donna. Storia di una fragilità nata dalla diversità. Omosessualità nascosta. Omosessualità vergognosa. E vergognata. Omosessualità criptica. E universo di donne ai piedi di quel giovane disinteressato a loro. Yves Saint Laurent aveva solo 21 anni quando fu chiamato a raccogliere l’eredità di Christian Dior. Era un uomo riservato, dagli occhiali spessi e una gentilezza disarmante. Victoire, la prima delle sue modelle, era la sua musa. Eterea. Lontana. Ma così terribilmente vicina. Emblema di una distanza. Un percorso che, nel tempo, si sarebbe accentuato. Divaricato. E la devozione finì a ceffoni. Tra l’ispiratrice e l’artista stava uno spazio. E, progressivamente, si allungava.

Il film ritrae il lato debole di un genio. La mania depressiva. Il darsi in pasto alle copiature di se stesso. Annegarsi nella plaudente platea del nulla. Il divorzio dalla maison Dior è il simbolo di un mondo nuovo in cui nulla è come prima. La malattia psicologica diventa pretesto per allontanare quell’ingombrante Yves Saint Laurent dai posti di comando. E sarà merito di Pierre Bergè, amore, amante, tutore, compagno e imprenditore se il talento potrà mostrarsi a un mondo che non sia solo il suo mondo. Sarà Bergè a salvare la fragilità dell’uomo. A tutelarlo e ad assistere ai tradimenti erotici di Yves con il fidanzato di un collega. E’ un piccolo universo in cui il cuore fa rima con sesso e la poesia di certi abiti assomiglia alla frontiera irraggiungibile di un pianeta altro. Il pianeta donna.

L’abito classico. Mondrian applicato ai tessuti. Le linee semplici della quotidianità. E quelle della sposa Saint Laurent. Apparire ed essere. I due volti di un mondo frivolo fatto di simulacri e sembianze, spesso così distanti dalla natura. Dall’indole. Dalla vera verità. Ma al di là del puro sembrare, al di là di tutto ciò che è, resta l’amore. Quello che non muore. Nonostante la morte. “Vendo tutto, quest’arte l’avevamo scelta in due. L’avevamo guardata in due. Non posso più vederla da solo”. Gli occhi gonfi di lacrime di Pierre Bergè accompagnano così l’addio di Yves Mathieu Saint Laurent alla vita. Una partenza definitiva. Avvenuta l’1 giugno 2008 per un male inguaribile al cervello.

Già due anni dopo, il cinema aveva commemorato il genio di quell’artista dell’abbigliamento con un documentario – L’amour fou di Pierre Thoretton – cui si aggiunge ora questo tributo di Jalil Lespert al quale la maison Saint Laurent ha collaborato fornendo modelli storici conservati nel museo dell’atelier. Il film mostra una doppia chiave di lettura. Da un lato l’esame introspettivo dell’uomo Yves Saint Laurent, dall’altro l’indissolubile legame tra cinema e moda che in questo film coniuga l’abilità nel confezionare nuove creazioni, frutto di un ingegno scintillante benché spesso in preda alle proprie turbe. Le sfilate dal sapore artigianale, familiare, intimo appaiono come gli unici momenti di limpida felicità nella vita di uno stilista schivo, restio perfino a comparire in pedana alla fine delle passerelle per raccogliere il tributo della platea osannante.

Per una volta, gli abiti svolgono una funzione di complemento in una pellicola concentrata sul frizzante mondo dello stile. Essi appaiono come la ragione di vita del loro ideatore e assai meno come un linguaggio proprio con finalità applicate alla rappresentazione cinematografica. Sul celebre couturier si attende ora l’uscita di una nuova biografia per immagini ad opera di Bertrand Bonello, in odore di presentazione al prossimo festival di Cannes. Ad esso, Pierre Bergè, che tanto si è speso per il lavoro di Lespert, non ha dato la propria approvazione. Non è escluso quindi che dal sensibile e permaloso mondo dell’alta moda non nascano polemiche post mortem. Ma il destino di geniali figure dell’arte, del costume e della cultura è quello di trovarsi al centro di controverse testimonianze e implacabili chiavi di lettura di vite spesso sofferte.

Tag: , , , , ,