Corpi che non c’entrano. Corpi avulsi. Opposti. Corpi che si incontrano e si scontrano. Sul terreno amaro della malattia, dove anche l’amore sembra essere – a suo modo – un corpo estraneo. Difficili incomprensioni fatte di odori e profumi. Fatte di parole astruse. E religioni diverse, frutto di colori diversi, che si contendono corpi e anime. Diverse. Nel corridoio di un ospedale milanese si ritrovano Antonio e Jaber. Italiano de Roma, il primo. In fibrillazione per il piccolo Pietro che dovrà subire un intervento al cervello e rimuovere un male impronunciabile. Marocchino, il secondo, che trepida per l’amico Youssef.

E un film di uomini soli I corpi estranei di Mirko Locatelli, presentato al Festival di Roma e girato in modo “sporco”, con i protagonisti più spesso inquadrati di spalle. Di nuca. Quasi, al tempo stesso, fossero visibili e invisibili. Frammenti di psiche. E di psicologie.  Frammentate e frammentarie. Come le telfonate fatte a pezzi. Ascoltate dalla bocca di un solo interlocutore. Chiacchierate intuite. Convulse. Sincopate dal dolore.

Le presenze femminili sono avvertite tramite l’eco che lasciano rimbombare. La moglie di Antonio, madre di Pietro, non la si sente parlare nemmeno quando se ne percepisce la presenza, dissimulata e mediata dal cellulare, attraverso il quale comunica con il marito. L’unica donna, vestita alla maniera araba, al seguito di Youssef, di fatto è il volto delle lacrime. Il pianto. E nulla più. Mondi opposti a contatto. L’uno di fronte all’altro. Speculari eppure così opposti. E un punto d’incontro in quella corsia d’ospedale che rappresenta la sofferenza. Il dolore del giacere. L’angoscia di speranze accoltellate. Antonio e Jaber, volti di due etnie ma di un solo ansimare. Un comune nemico che ognuno combatte con modi diversi.

Religione contesa. Antonio si affida all’Onnipotente con il quale mostra di avere un rapporto controverso. Prega. Va in chiesa. Si raccomanda alla Madonna. Ma bestemmia dalla rabbia, nella quotidianità carogna che la malattia e il dolore seminano sulla strada di chi vi è costretto a camminare. Jaber ha i suoi riti. Occulti, talvolta. Ha unguenti. Medicamenti dei quali cosparge il piccolo paziente. Ignorando forse di provocare lo scontro. Simbolo di appartenenza. Di un’etnia rivendicata. La diversità del colore della pelle domina il modo di interpretare il male. E combatterlo. L’opposta razza è il motivo che attraversa tutto il film. Il giovane marocchino lavora al mercato per i suoi connazionali e sferza con un sorriso di sufficienza quell’italiano che si lascia assoldare da un “caporale” nostrano. Distribuzione di ventoni dopo giornate di fatica. Reclutamenti vigliacchi dove il colore della pelle torna a contare. La musicalità del dialetto orienta persone. E disorienta sostentamenti.

Eppure, quelle razze così opposte condividono pranzi compulsivi e consumazioni frenetiche, davanti a una macchinetta automatica contro la quale scaricano la loro ira, accumulata dall’ossessione. Ebbene quelle etnie antitetiche si aiutano a modo loro. Per far ripartire la batteria dell’auto di Antonio. Nel trovare un attimo, almeno un solo attimo, per un piccolo svago sul balcone. Pietro ce la farà, Youssef soffrirà ancora. Due corpi estranei nella vita e nelle abitudini s’incontrano e cercano di aiutarsi nel peggiore dei terreni in cui possano incrociare i loro cammini.

Il film di Locatelli è importante per la materia trattata, benché la tematica non sia originalissima. L’impatto italiano-straniero, con la particolarità di disegnare tinte arabe sui volti stranieri, era già emerso un anno fa con Sta per piovere di Haider Rashid, dove la malattia era uno spunto collaterale e, maggiormente rilevante si rivelava lo spunto di un’italianità contesa. Tuttavia era scontro fra generazioni. Fra volti. Fra origini. Fra carnagioni diverse. Fra corpi, appunto, estranei. E I corpi estranei rischia di finire in una nicchia in cui si assottigliano spettatori con il rischio – rispetto a Sta per piovere – di risultare più cupo e triste, perché tale è la sofferenza dell’essere umano davanti al male fisico, quasi sempre personificazione di un destino incomprensibile di angoscia senza confine. Al contrario del film di Rashid che invece tende a suscitare una sana rabbia e avversione per un dolore di natura differente. Cittadinanza e nazionalità contesa. E talvolta perduta.

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