-Non tutti sanno fare il mio lavoro…

-E nessuno, tranne te, sa fare il padre di tuo figlio.

 

 

 

 

 

 

 

Il mistero di essere padre. Sentirsi padre. E prendere consapevolezza di un confine tutt’altro che scontato. Niente affatto intuitivo. O, come si dice, naturale. Perché proprio quando la natura viene bizzarramente aggirata dalla malvagità dell’essere – poco – umano, ecco allora spuntare l’insostenibile leggerezza di un limite. Quello di un atto, il più biologicamente corretto, l’accoppiamento d’amore, che genera progenie. Sulla frontiera di un detto latino. “Mater semper certa, pater numquam”. E numquam è il vago che si sottrae alla limpidezza, non necessariamente frutto dell’inganno o dell’ambiguità. Su quella soglia si spalanca il quesito di un’indefinita paternità. O mai definita paternità.

Father and son di Kore-eda Hirokazu è il dramma che non ti aspetti in un Giappone che potrebbe essere di tutti. E di nessuno. E quello scambio in culla che funesta vite, per una volta non è il frutto del solito superficiale errore ma è strategia voluta. Pensata. Un’incarognita infermiera, con una triste storia sentimentale alle spalle e un presente di ragazza madre, decide di vendicare ciò che le è stato negato. Un uomo. Un cuore che la amasse. Cosmica ritorsione ai danni del più politically correct dei padri ai blocchi di partenza. L’architetto pignolo. Perfetto. L’eccellenza del quotidiano. Il ringhio del rampante. La zampata dell’ingegno. Ma lo scambio di un bebè non è possibile in senso unilaterale e, nel vortice punitivo, finisce una coppia di modesti commercianti di articoli elettrici. Due figli che scorrazzano per casa, ai quali se ne aggiunge un terzo… l’”intruso”. Cronologicamente, il secondo. La truffa, più che lo sbaglio, viene a galla quando gli incolpevoli bimbi viaggiano sui cinque anni. L’ospedale si accorgerà dell’inversione. L’infermiera – alle strette – confesserà. Nei tempi giusti che, per l’indole umana, sono quelli dell’impunibilità di un reato prescritto. E si assisterà così a uno scambio che non convincerà né una famiglia né l’altra.

Il film è una tragedia al maschile. Un nodo apparentemente semplice, ma avviluppato come anime attorcigliate. Confuse. Tramortite. Il legame paterno come vincolo di sangue. O di vita vissuta. Il margine tra due mondi. Quale forma di paternità prevale tra quella biologica e quella dettata dalla coscienza condivisa di un’esistenza comune… Il dna che giustifica lo scambio di quei due bambini tra le legittime famiglie cromosomiche non si sposa con il bagaglio che la quotidianità porta con sé, cementando i giorni. E il sangue torna a essere plasma. E si annacqua nell’idiozia di vite restituite alla correttezza dell’anagrafe biologica smentita  dalle vibrazioni del cuore. Pulsazioni cardiache silenziose. Eppure martellanti. E resa dei conti. Con gli altri e con sé stessi.

L’architetto-padre iper perfezionista e iper perfezionato, che non si riconosce né si specchia in quel bambino stravagante e simpaticamente imperfetto, è l’immagine di una tracotanza in vitro costruita nel laboratorio familiare  di cui fa spese una donna cui la natura ha proibito ulteriori maternità. Moglie scacco dell’onnipotenza  designata di un uomo che sembra quasi attribuirle la colpa per la “svista” di quel figlio sbagliato. Ora sì, scientificamente accertato e provato. Non gli somiglia affatto. Father & son è un dramma borghese dove gli umili sembrano aver molto da insegnare ai più ricchi, non soltanto per censo, ma perfino per preparazione culturale. Indottrinamento di concetti che resta pura teoria.

“Nessuno meglio di te può fare il padre di tuo figlio” risponde il piccolo commerciante al grande e affermato designer. Immagine non speculare che trova la copia a posizione invertite nell’amministrazione del perdono. Dove il ricco architetto restituisce l’artigianale risarcimento economico offerto dalla colpevole infermiera dopo aver rotto il salvadanaio. A differenza del modesto negoziante che pretende vendetta. Condanna. Isolamento ed emarginazione per la colpevole di quello scambio. E il “porcellino” in frantumi è il simbolo non rappresentato di vite a brandelli. La paternità discussa di un professionista perfetto, ma marito carente. La sua relativa unione coniugale a pezzi. Le vite compromesse di fronte alla verità. La vacillante sopravvivenza della famiglia esemplare. La rassicurante ripetitività dei giorni dell’altra. E due bambini, al tempo stesso vittime e terreno di scontro, dei colpi bassi degli adulti.

Il film di Kore-eda Hirokazu, gran premio della regia a Cannes nel 2013, con pochi artifici tecnici e un attento studio dei volti e dei personaggi, ha il risvolto originale di un tema frequentato. Lo scambio in culla è qui il pretesto per contrapporre fisionomie maschili, di fianco alle quali maternità e femminilità impallidiscono fino a scomparire. Due ore di immersione totale nella psicologia del cromosoma xy. Lineare e scontata fino all’elementarità. Come del resto nella maggior parte degli uomini.

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