Ogni vita ha una crepa, ma è da lì che entra il sole…

 

 

 

 

 

Tutte le sfumature dell’amore. Mille sfumature d’amore. E quella vecchia panchina laggiù. In mezzo al parco. Sola. Come chi vi si siede, immerso nei pensieri. In una malinconia profonda come certi abissi che sembrano senza fine. E si possa scendere sempre più in basso, rendendo impossibile la risalita. Nel buio tenebroso di un’oscurità avvolgente. Poi, improvviso, lo squarcio. Da dove penetra una lama di luce. Un raggio di sole. Il bagliore della speranza. Forme di vita sopravviventi alla morte. E alle infinite declinazioni di essa.

Mister Morgan è un uomo solo, da poco ormai vedovo della donna che ha amato per un’intera vita. E alla quale ha consacrato volontà e desideri. I suoi giorni si svuotano all’improvviso e lo strappo è quell’uscita di scena, non tanto della defunta consorte sul letto di morte, quanto la propria. Sospinto di peso dai becchini, che separano a forza quelle due mani, intrecciate in un destino all’apparenza eterno. Mister Morgan (Michael Caine, già doppio Oscar per Hannah e le sue sorelle di Woody Allen nel 1987 e I misteri della casa del sidro di Lasse Hallstroem nel 2000) sembra morire quel giorno, ma un anonimo autobus segna l’impronta dei giorni che verranno. Incontra una giovane biondina, insegnante di danza, con la quale intreccia un legame di platonico amore, costruito e cementato sui sentimenti di due persone rimaste sole al mondo.

A differenza della fanciulla, Morgan, che vive da anni a Parigi senza essersi mai sforzato di imparare il francese, ha due figli negli States con i quali non intrattiene rapporti, se non aspri. Tipi opposti. La figlia è una frivola cacciatrice di acquisti modaioli, il maschio è stato appena lasciato dalla moglie, fuggita con un altro. Lui, Morgan, li detesta tutti e due. Non si è mai sentito un padre. Ha “collaborato” con la compagna dei suoi giorni per assecondarne il desiderio di maternità. Consapevole dei suoi limiti, vorrebbe che i figli non fossero genitori con la sua impronta. Storie di straordinaria solitudine si intrecciano così e diventano angoscia quando Matthew Morgan viene ricoverato in fin di vita per un’intossicazione da psicofarmaci. Ai bordi del suo letto s’incontrano differenti e incompatibili forme di amore. Lentamente cominceranno a comprendersi. E a superare limiti e steccati. Fino a sbriciolare qualsiasi barriera. Impresa impossibile all’uomo, ma facilissima per il sentimento.

Il film di Sandra Nettelbeck è opera di altissimo livello sotto diversi punti di osservazione. Recitazione eccelsa, quella di Michael Caine, che merita una nomination anticipata per la prossima tornata di Oscar. Forse non ce la farà, ma sarebbe un riconoscimento più che dovuto. Il montaggio è curato nei dettagli, con il ricorso alla dissolvenza in uscita ogni volta che ai presenti appare l’anima di uno dei “cuori” evocati dal ricordo e dalla malinconia. A cominciare dalle frequenti e ripetute epifanie della moglie di Matt. Infine il ricchissimo telaio tematico nel quale si intrecciano le infinite fisionomie dell’amore. Inizialmente l’indissolubile legame coniugale di Matt con l’anziana moglie, condannata da un male inguaribile. In esso si innerva lo spunto della lotta al male cui, sulle prime, la donna sembra volersi arrendere, per attendere una dolce morte nella serenità familiare.

Il buen retiro parigino, in questa prospettiva, finisce per avere i contorni di una prigione. Matt è estraneo alla metropoli francese e le incompatibilità linguistiche lo sottolineano, tenendolo avvinghiato invece a origini lontane. Ma questa sorta di auto-segregazione dall’altro versante dell’oceano è anche lo scacco che gli permette di allontanare i figli dalla madre. Impedire loro di assistere al declino. Forma di alienazione duplice, perché da essi interpretata come l’ultima angheria di un padre crudele. E si trasforma nel corrispettivo speculare di un sentimento altrettanto intenso. L’odio. Assume i contorni di quella giovane e bionda insegnante di danza che rappresenta i volti opposti dell’amore. La donna che ha sottratto Matthew a un presente vedovile di angosce senza fine e la profittatrice a caccia del solito vecchietto da spennare. Prismi riflettenti che incrociano fasci di luce. Amore e odio. Incomprensione. Liti.

Fino al chiarimento che precede un epilogo sorprendente. Mister Morgan – tradotto in italiano con un titolo penalizzante che lo rende in assonanza troppo simile alle stolte banalità di Mister Bean, anche perché sarebbe stato sufficiente tradurre alla lettera il titolo originale di Mister Morgan’s last love – è tratto da un romanzo mai trasposto in lingua italiana, La douceur assassine di Françoise Dorner. Il film, raffinato e dolcissimo, strappa lacrime e sorrisi in più occasioni, in una mistura dolceamara che seduce e nella quale si rispecchia il sapore di una pellicola che è appunto la risultante del dolce e dell’amaro in equivalente amalgama.  Ma porta con sé un’insidia. La banalizzazione. Interpretare Mister Morgan come l’ennesima copiatura dell’amore senile, in una delle sue mille salse, sarebbe riduttivo. La tematica di fondo è certamente quella che traspare in altre pellicole simili, l’ultima in ordine di tempo è Una canzone per Marion di Paul Williams. Tuttavia in Mister Morgan c’è quell’approfondimento di una tematica sentimentale davanti alle quali altre esperienze cinematografiche si arrestano sulla soglia.

 

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