Se vuoi vivere qualcosa, dì la verità…

 

 

 

 

 

 

 

Il gioco degli equivoci. L’inganno degli equivoci. L’angoscia degli equivoci. Copione largamente frequentato anche sul grande schermo, laddove dare ad intendere qualcosa di diverso dallo scorrere reale dell’intreccio narrativo è cosa tutt’altro che rara.

Ti sposo ma non troppo di Gabriele Pignotta si racchiude in questo. Una donna lasciata sull’altare dal promesso marito. Un fisioterapista single in cura da uno psicologo per una delusione d’amore. Una coppia che scoppia. E destini che, magicamente, s’incrociano creando i presupposti per il più classico dei fraintendimenti. Un gioco di circostanze – lo psicologo che parte per inseguire il cuore di una cubana – fa in modo che la sposina mancata trovi proprio dallo psicologo un lui in cerca d’amore e l’incastro si completa quando l’amico dell’uomo passato a trovarlo inizia a chattare su internet agganciando una femme fatale che sarebbe sua moglie nascosta dietro un soprannome fittizio.

Inutile dire che il garbuglio viene a galla con lo svolgersi delle vicende. E siccome tutti i salmi finiscono in gloria anche i cuori infranti, dopo bugie casuali senza doppi fini e trappole ordite da un destino bizzarro, si ricongiungono nel più classico degli schemi da commedia. Il film non è una miniera di risate, ma qualche spunto divertente lo offre. Il sottofondo bonario e sentimentale completa una pellicola non imperdibile ma nemmeno scandalosa davanti a tanti titoli, anche dello stesso genere, decisamente più scadenti. Ti sposo ma non troppo è l’ultimo figlio di una tradizione consumata sia al di qua sia al di là dell’oceano dove il gioco dell’equivoco è generalmente la valvola di sfogo di creatività in fase di non proprio sfolgorante e originale inventiva.

Il vero protagonista della commedia, a parte le tipizzazioni ricorrenti, è proprio l’amore vissuto ed esaminato nelle più differenti prospettive senza l’ambizione o la pretesa di uno scandaglio psicologico approfondito. Tuttavia, l’istinto travolgente che porta a interrompere ogni ritmo per rincorrere un’anima precipitata improvvisamente e casualmente nella vita di un uomo è la chiave dello psicologo in fuga dalla professione e dalla sua routine per inseguire il fascino irresistibile di una cubana solo evocata e mai percepita dallo spettatore. L’amore eterno che muore prima di nascere è visto nello smacco dei fiori d’arancio appassiti alla domanda del sacerdote, con fuga diretta dell’interessato sono la molla che spinge Vanessa Incontrada, sposa mancata, a subire continui svenimenti ogni volta che viene pronunciata la parola matrimonio. La folgorazione sotto mentite spoglie invece sottopone il fisioterapista a riciclare sé stesso nel ruolo a lui meno congeniale. E’ scintilla a prima vista, ma soprattutto è la prigione di una serie di bugie alle quali il protagonista, pur volendosi a più riprese sottrarre, non riesce a dar chiarezza.

Infine la coppia che scoppia. L’amore giunto a termine. L’assenza del desiderio. La morte dell’entusiasmo. La fine di ogni brillante istinto che aggiunge pepe alla relazione con la persona con cui si divide il tetto. In buona sostanza, quel mistero impenetrabile del sentimento che spesso riserva colpi di scena ogni momento in cui non si è preparati ad accoglierli. E soprattutto scompagina le carte e rivoluziona vite, con la diabolica presenza di quel quid mancante che apre la strada alla scintilla rimasta a lungo sospita o sempre soltanto sognata. Impossibile citare tutte le pellicole alle quali il cinema ha dato spazio su questa frequentatissima falsariga. Dedicato a chi dal cinema nulla chiede se non un’ora e mezza di svago senza pensare a nulla.

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