La differenza tra mai e uno è tutto….

 

 

 

 

 

 

 

Trentasei telefonate in un’ora e venti. La storia di Locke di Steven Knight si svolge così, snocciolata tra uno squillo e l’altro. Un uomo alla guida su una strada notturna e un’infinità di grattacapi sconvolgenti. Qualcosa più di un semplice pensiero. O una preoccupazione. Un incubo. E vite nel tunnel. Quando, a sbagliare strada e a inforcare lo svincolo errato, è il cuore. Locke, Ivan Locke, è frenesia e irrazionalità. E’ lealtà sbagliata. E’ comportamento incomprensibile e non intelligibile. Scarsamente condivisibile, perfino. Locke è pathos convinto. Ma è un pugno di sabbia e di punti interrogativi.

Il protagonista è il responsabile di un cantiere dove sta per arrivare una colata di calcestruzzo straordinaria e dalle proporzioni immani perché serve a costruire un grattacielo di 55 piani. Ma quella sera, a fine lavoro, Ivan Locke si mette alla guida e stavolta non tornerà a casa. Forse, non tornerà più. E’ scoccata l’ora in cui è costretto a mettere fine a uno dei due se stesso. Lo aspettano in famiglia, ma non vi giungerà forse mai. Lo aspettano al cantiere, la mattina successiva. Ma non vi giungerà forse mai. Lo aspettano all’ospedale dove una donna, che egli non ama, sta per dare alla luce il figlio generato con lui. E non vi arriverà. Ivan Locke non è un vigliacco, ma un uomo alle prese con la dimensione tempo nella più drammatica delle sue declinazioni. Perde tutti gli appuntamenti e le scadenze, ma forse occasionalmente vince. Contro il manicheo concetto che il Bene sia tutto da una parte. E il Male, inevitabilmente, contrapposto.

Al telefono spiega alla moglie come ha messo incinta un’altra donna. Una che non ama. Non gli interessa. Una con cui è capitato. Una che era sola. Una che non importa. Affronta il pianto della donna ferita con coraggio, ma sembra un vile. Incapace di metterci la faccia e la persona nel regalare la verità alla donna che invece egli confessa di amare. E lo lascerà. Senza una seconda possibilità.

Al telefono spiega al datore di lavoro che l’indomani non sarà in cantiere perché sta per diventare padre di una donna, cui non è legato. Ci mette la voce, non la faccia. Ottiene un licenziamento senza appello che aumenta la sua acredine verso l’azienda, ma non lede minimamente la sua correttezza professionale e trascorre quell’ultima corsa in auto verso la sala travaglio, organizzando l’arrivo dei camion e i supporti tecnici per lo scarico del calcestruzzo la mattina successiva.

Al telefono apprende che il nascituro… è nato. Piange, finalmente. Dopo le angosce di un parto difficile e di un cordone ombelicale legato al collo come un cappio. Definitivo e irrevocabile. Locke ha appena imboccato la rampa di decelerazione. La famiglia è compromessa. Il lavoro è perduto. Un bimbo è nato, ma l’amore per la donna che lo ha messo al mondo non esiste. Eppure il sipario sull’one man show di Tom Hardy, nei panni di Locke, cala qui. Un’ora e mezzo alla guida di una stirpe sbagliata. Per costruire qualcosa che nasce. Accostando a sinistra all’improvviso – siamo in Inghilterra – per ascoltare quel vagito foriero di una vita che non si coniuga con altrettanti successi familiari e lavorativi.

Locke è un film ricco di sofferenza e cattura lo spettatore avvolgendolo nella tenaglia dell’attenzione attraverso un uso particolarissimo della tecnica. Le telefonate che giungono al protagonista, unico personaggio inquadrato per tutta la durata del film, avvengono in diretta. Sono cioè contemporanee alle riprese cinematografiche e non pre-registrate e inserite sulla traccia. Un lavoro di grande cura registica che tuttavia non sminuisce gli immensi difetti di una pellicola illogica e per niente affatto chiara. Il cinema non è tenuto ad essere verosimiglianza o conformità alla realtà. Nemmeno deve imporre la propria condivisibilità, ma può semplicemente offrire una chiave di lettura. Locke invece risulta contraddittorio con se stesso. L’uomo, alla guida, sa dove si sta dirigendo, ma sembra inconsapevole di ciò che compie. Mette a repentaglio lavoro e famiglia, in effetti poi perdendoli entrambi, per assistere al parto di una donna che – per sua stessa ammissione – non “conosce” e non ama. Accanto all’indiscutibile senso di responsabilità, resta un irrazionale comportamento che non trova giustificazione in un tradimento senza ragione. In una relazione sessuale sbadata.

Cinicamente, avrebbe potuto riconoscere il figlio, assicurandogli la propria identità e ammettendo la propria paternità. Avrebbe potuto mostrare il coraggio di spiegare di persona alla moglie quanto era accaduto nove mesi prima, dal momento che ha confessato di amare soltanto lei. E a lei sola, obiettivamente, doveva spiegazioni. Locke è dunque figura controversa che, in definitiva, vaga senza senso. Dopo il risuonare dei liberatori vagiti del neonato, ignora la sua destinazione. La pellicola si tronca all’improvviso. Ognuno è libero di attribuire il finale che preferisce anche se certi fallimenti paiono irrecuperabili. Piera Detassis, direttrice di Ciak, nel presentarlo, lo ha definito “il film perfetto”. Deve essere uscita anzitempo. Locke è tutto. Tranne che un film perfetto. Non lo è nell’accezione di merito. E non lo è nemmeno in senso latino. Perfaectus. Cioè compiuto. Locke, dopo i vagiti, sembra in panne. Tutto. Tranne che compiuto. Cioè perfetto.

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