Se cambi la tua vita forse a qualcun altro verrà voglia di cambiare la sua

 

 

 

 

Storia di un confine. Un limite oscillante. Frontiere infinite e, a volte, impossibili. Soglia dell’Altro che si oppone e prende le distanze. Un confine immanente. Oppure dettato dall’esistenza e dall’esperienza. Dalla quotidianità. Contesa e dilaniata. O scesa a patti con parti di se stessa.

Il mondo fino in fondo, opera prima di Alessandro Lunardelli, è la storia di questo confine, individuato attraverso gli innumerevoli versanti di esso. Sfumature di vita. Rette secanti dei nostri giorni. Come il confine tra omosessualità ed eterosessualità. La prima prende consapevolezza di se stessa mentre la seconda appare distratta. Dispersa nei meandri del suo io pagliaccio, che rincorre un pallone sportivo. Storia di Davide, che scopre la sua essenza gay, sotto una scorza dolce. E di Loris, perso dietro un pallone a strisce nerazzurre. Un confronto che s’identifica in un altro confine. Tra sport e ambientalismo. Una presa d’atto che nasce nella serata interista di una Barcellona che sa di Champion’s league. E profuma di finale. Loris vuole arrivare in fondo, alzare il trofeo. Davide incontra un ragazzo che gli ruba il cuore. E strega perfino le sue idee politiche.

Si arriva a un’altra frontiera. Tra ecologia e imprenditorialità. Loris che porta avanti l’azienda di famiglia, Davide che fugge per dedicarsi alla natura. E a un’ideologia che fa rima con il suo amore per persone del proprio stesso sesso. E fugge. Fugge lontano. Verso un nuovo confine. Assenza e presenza. La scomparsa del fratello, eclissatosi apparentemente nel nulla, spinge Loris a cercare quel ragazzo evaporato. Così. Nelle pieghe metropolitane. E arriverà a cercarlo fino ai confini del mondo. Cile. In una Santiago che ha il sapore dell’ultima spiaggia. L’approdo disperato, più che l’attracco pensato. La presenza di Loris contrasta e stride con l’evanescenza calibrata di Davide che giunge fino al limite del reciproco ritrovarsi. E lo sorpasserà.

Ma in questa odissea, in questo vagare con uno scopo preciso, ma senza una bussola funzionante, Loris conduce lo spettatore dinanzi a un nuovo doppio confine. Vita e morte. Usato. Frequentato. Perfino consunto. E diventa pluralismo-dittatura. Libertà e repressione. Un discrimine che tocca con mano nella figura del tassista. Uomo mite al quale vengono smascherati gli scheletri nel cassetto di vecchio arnese di Pinochet. Uno che dissentiva ma che non esitò ad aggiustare la macchina della tortura agli aguzzini altrui, pur di aver salva la vita. E’ un confine doloroso che odora di morte e di passato da cancellare. Ennesimo confine tra Storia e cronaca. Tra ieri e oggi. Un presente fatto di memoria che confina con un oblio forzato nel quale a volte si tende a voler relegare le esperienze.

Viaggiando, Loris e Davide, ormai congiunti ma divisi dal segreto di una sessualità contrastata, arrivano ai confini del mondo. Là dove si appalesa ai loro occhi il confine di tutti i confini. Quello tra uomo e donna. Quello tra uomo e uomo. Sarà una giovane ragazza, compagna di quel viaggio nella Patagonia sudamericana, ad aprire gli occhi di Loris su quella linea di demarcazione fraintesa e sospesa. La linea del cuore, che forse non distingue la differenza dei cromosomi, nondimeno batte. L’Inter ha conquistato il Triplete. Il capolavoro è compiuto. Davide, Loris e Ana sono ormai in mezzo ai ghiacci che si sciolgono. Lingue antartiche giunte fino alla marea. Il confine definitivo. E anche quello può… sciogliersi.

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