Il vero amore non esiste

 

 

 

 

 

 

Non importa se un principe non ce la fa. Bacia. Bacia. E niente. Poi arriva una donna un po’ eccentrica, dallo sguardo androgino e il trucco importante. E’ una fata, ma si chiama Malefica, che proprio un nome da fate non è. Si china e avvicina le labbra a guance ingenue. L’incantesimo si rompe e la bella principessa è libera. Morale della favola, il vero amore – eterosessualità oppure omosessualità nulla c’entrano – consiste nel saper perdonare. Per questa ragione il fatidico bacio non è detto che debba obbligatoriamente congiungere labbra a labbra. E nemmeno che debba essere dato fra persone di sesso opposto. Benché sia naturale aspettarselo.

Maleficent di Robert Stromberg è il rifacimento della Bella addormentata,  dalla quale assorbe e si discosta in molti tratti. In realtà Malefica si rivela tutt’altro che tale ed è talmente tanto malefica da volere il bene della figlia del rivale in amore, perfido davvero. Malefica insomma è un nome sbagliato e Angelina Jolie che la impersona, con l’algido distacco dall’universo che le è proprio, in realtà sembra più che altro inviperita. E, obiettivamente, ne ha ben donde. Perché il crudele Stefano dopo averla baciata giurandole amore eterno, non solo era fuggito ignorandola, ma la aveva riavvicinata con subdola gentilezza per farla addormentare e rubarle le ali da offrire poi in dono al sovrano del regno vicino, da anni deciso a conquistare la brughiera dove vive la fata, ma senza mai riuscirvi.

L’ambigua impresa di Stefano che gli consentirà di ereditare la corona e sposare la figlia del morente monarca, manda su tutte le furie, diciamo così Malefica. Inutile dire cha la dona gli giura un più che comprensibile e condivisibile odio eterno. Tutto questo nella fiaba originale non è minimamente presente e il rancore di Malefica è dovuto soltanto a un mancato invito alle nozze da parte del regale dirimpettaio. Il particolare non è da poco perché Stefano, orfano dei genitori, è un opportunista che rappresenta la personificazione dell’arrivismo e dell’ambizione sfrenata, capace di irridere e calpestare i sentimenti, pur di raggiungere il traguardo più ambito.

Lontano dalla tradizione anche il bel principe. Un efebo imbecille che non turberebbe i sonni nemmeno della fanciulla più assatanata di cromosomi maschili. E infatti Aurora si guarda bene dall’aprire gli occhi davanti a tal fatta di bellimbusto e continua placidamente il suo sonno. Dio  la scampa, ma non la libera. Perché a destare la sedicenne principessa è Malefica, in preda al rimorso per aver riflesso su di lei i rancori in verità imputabili al padre. Quando, neonata, era in culla, fu proprio Malefica a lanciare l’incantesimo in base al quale alla vigilia del sedicesimo compleanno la ragazzina si sarebbe punta con un arcolaio e sarebbe caduta nel sonno profondo da cui solo un bacio di vero amore la avrebbe riscattata. Quando venne baciata da Stefano nel suo slancio d’amore Malefica aveva solo 16 anni e da allora iniziarono le sue penitenze sentimentali.

La favola di Perrault è più semplice e lineare. La fata non viene invitata alla festa e lancia la maledizione di morte della bambina ai sedici anni compiuti. Le tre fatine buone riescono a convertire quell’anatema in una forma di letargo da cui il principe, puntualmente giunto nel momento topico, la avrebbe svegliata. Ma la fiaba francese ha poco da insegnare e Walt Disney invece si sforza di attualizzare la trama adottando una forma didattica anche superficiale. Se Malefica, di malefico, ha solo il nome, essa risulta invece colei che apre gli occhi alla verità. Convinta che il vero amore non esista e che quindi la sua maledizione sia definitiva e irreversibile, scopre invece che si può amare anche un’insospettabile. Il destino le offre la conoscenza e il cuore di Aurora che a lei si affida e Malefica acquista consapevolezza del suo errore. Aver scagliato una maledizione contro un’innocente. E, non a caso, sarà il suo bacio a svegliarla giacché la condizione era che fosse un segno di amore vero e non di matrimonio.

Siccome anche le favole pagano un contrappasso, la povera Aurora doveva in qualche modo prendere una fregatura. E, in cambio della vita ritrovata, ecco in dono l’insulso principe. Stefano è invece la rappresentazione della perfidia e della crudeltà. Il malefico, insomma. Anche lui con un nome sbagliato. La morale – dal momento che non c’è fiaba senza insegnamento – è che l’ambizione sfrenata non conduce al successo se non effimero. Alla lunga il perfido soccombe all’amore vero, che può avere tinte diverse da quelle che si è soliti attribuirgli. Tra queste la capacità di perdonare. Soprattutto se significa tornare sui propri passi e cancellare il proprio odio in nome dell’altrui bene.

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