Aveva rinunciato a tutto per quel lavoro un po’ particolare. E tutto significa moglie e figlia, essenzialmente. Quella bambina che in fondo, ormai cresciuta, non aveva mai conosciuto il padre. Sapeva tutto del cellulare, ma nulla di come si vada in bicicletta. E forse la differenza sta proprio in questo. Donne digitali e uomini analogici. Terribilmente analogici. Quell’uomo aveva lasciato ogni affetto non certo per svago o per dileggio. Perché, di mestiere, uccideva. Non distribuiva morte senza un senso, ma pur sempre toglieva vite. Eseguiva compiti per l’Fbi. E sparava ai cattivi. Un colpo per ciascuno. Ognuno restava irreparabilmente, grondante sangue, a terra. Un mestiere che non si poteva fare con moglie e una figlia.

Accadde che un giorno alla sua porta bussò un male di quelli che solitamente non si nominano e nemmeno si curano. Uno di quegli accidenti che fanno sentire i medici detentori della sfera di cristallo. Pochi mesi ancora. Nessun Natale. Ethan (Kevin Costner) decise di smettere di sparare. L’uomo analogico che, non essendo né sicario né killer, pur tuttavia uccideva,  volle ritirarsi a vita privata. A svegliarlo dal nirvana di un’attesa della morte è Vivi (Amber Heard), donna digitale, resuscitata o addirittura emersa da un videogioco. Spedita sulla scena del crimine per eliminare il perfido trafficante di turno. Vivi comprende che la sua prima mossa dovrà essere quella di dare la vita, anziché sottrarla. Senza un medicinale miracoloso in grado di donare vita ad Ethan, il piano sarebbe fallito. E lei, da brava anzi ottima, creatura digitale scoverà un siringone miracoloso. O meglio, miracoloso sarà il liquido che il siringone inietterà sotto la cute di Ethan. Che vedrà il Natale. E insegnerà a alla figlia come pedalare su una bicicletta.

3 days to kill di McG è un action thriller capace di mescolare l’azione e l’avventura con la supense e l’ironia. Si ride nell’arco del film. Kevin Costner è ormai un ex divo, davvero un po’ stanco, anche se sempre capace di trovare insospettate e insospettabili energie con le quali combattere il nemico della sicurezza degli Stati Uniti. In America sono megalomani e anche quello che tende ad apparire come un banale film d’azione deve darsi il tono di film epocale, dove l’eroe salva una nazione in pericolo. 3 days to kill diverte, non solo svaga. Anche se alla fine poco resta attaccato che meriti di essere ricordato. Non certo frasi storiche, piuttosto frasi straordinariamente ordinarie che strappano la risata per il contesto specifico. Una trama assolutamente ai confini con l’immaginabile che trova nel sicario-malato terminale qualcosa di poco ammissibile perfino con una massiccia fantasia in dotazione.

Resta  quella divisione. L’uomo analogico. La donna digitale. L’eroe vulnerabile. Quello che cade e subisce. L’invincibile per forza propria, non per statuto. E la femmina artificiale. Che dialoga masticando bit. Scopre medicinali onnipotenti. Divora tecnologia. Non prova sentimenti. Almeno apparentemente. E’ uscita da un videogioco. E’ simulazione. Forse è contrazione di una donna virtuale. Come tale, non vera. Due caratteri a confronto che si sfidano e si specchiano. Scoprono di essere diversi. Immancabilmente diversi. Profondamente diversi. Ma, comunque capaci di collaborare. Nonostante uno provenga da un mondo di bit e l’altro dai cromosomi. E tu sei fatto di bit o di cellule…

 

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