L’amore ai tempi dell’handicap. Barriere architettoniche che non sanno di gradini assassini. Accessi vietati a carrozzelle e carrozzine. Ascensori su cui il bottone del piano è irraggiungibile. Esistono barriere fatte di noi. Limitazioni che la vita accentua. Traguardi semplici che la vita proibisce. E rende lontani. Più di quanto lo sia il legittimo anelito di un cuore che batte. Trova un altro cuore che, battendo, corrisponde quel sentimento. Eppure… Eppure non può raggiungerlo. Né ottenerlo. Anche se l’anima gemella è forse il più elementare bisogno dell’uomo, inteso come essere umano. Amare e sentirsi amato. Stringere fra le braccia. E lasciarsi stringere fra altrui braccia. Comunione di pulsazioni accelerate. Più che di corpi. Comunione inarrivabile.

Gabrielle di Louise Archambault è la storia di un sentimento. Ma non di un amore come tanti. Come troppi. Comune. Anche se per tanti versi lo sembra. E forse lo è anche. Gabrielle si innamora di Martin e fin qui nulla di strano né di anomalo. Ma Gabrielle e Martin sono due ragazzi diversi. Sindrome di Williams Beuren. Disabilità mentale. Un’alterazione cromosomica in fase genetica. Una patologia riconosciuta solo dal 1993. Bimbi che crescono con lentezza e poi invecchiano con rapidità. Caratteri estroversi e gioviali, dal grande contatto umano, ma dalle infinite limitazioni. Su tutte, l’incapacità all’autosufficienza non motoria nella vita quotidiana.

Gabrielle sogna una casa tutta sua. Sogna di viverci con il suo Martin. Ma il loro legame, nato tra le note vocali di una corale, è deprezzato dal mondo che un gergo asettico e crudele ha definito normodotati. Parola orribile che ha la sola finalità di nascondere un altro termine. Normalità. Creando così la diversità di Gabrielle e Martin. Il loro amore è derubricato a sessualità. A necessità fisica. Al bisogno di lasciare che il proprio corpo esploda. Come tutti i corpi hanno bisogno di esplodere. E di esser fatti esplodere. Ma di loro, delle loro sensazioni, i normali parlano in termini medico-oggettivi. Fisiologie vuote. Senza il brivido dell’amore entusiasta. Gabrielle e Martin vivono da reclusi. L’uno da parte di una madre buona quanto apprensiva ed esclusiva. Gabrielle da una sorella  – Sophie – che ne comprende la natura ma le antepone il suo ruolo di balia, fino a castrare perfino il proprio, di amore.

Il film è uno scacco. L’amore dei “normali”. E quello dei disabili mentali. Il sentimento di chi sa amare nonostante la malattia. E vuole amare nonostante la malattia. Un morbo inguaribile nato con il concepimento. E, come tale, destinato a restare. Fino alla fine di ogni fine. Gabrielle e Martin superano la loro disabilità. E giungono all’atto e all’attimo fatato dell’amore, sotto il palco di un festival al quale sono chiamati a cantare, come componenti di una corale. E ad essa si riuniranno dopo l’estasi del congiungimento di corpi e anime. Dopo i battiti. I palpiti. Le pulsazioni. Le farfalle nello stomaco. Ne uscirà il melodioso canto dei sorrisi e dell’amore che i “normali” non avevano saputo intuire. Né apprezzare. Né aiutare. O facilitare.

Quello di Gabrielle è un amore fuori dal coro. Lontano dalle voci bianche dell’universo delle persone sane. E fuori da un coro inconsapevole dell’abilità dell’amore disabile. Pellicola canadese dalla grazia e dall’intensità che vengono dalla radice francese della popolazione nordamericana, Gabrielle è un parallelo fra il legame quasi sponsale di due ragazzi ingenui, quanto limpidi e felici, della loro spontaneità e l’unione contorta, difficile, arroccata, aggrovigliata e avviluppata dei loro custodi. In particolare quello della sorella di Gabrielle, restia a raggiungere il compagno in trasferta benefica in India, per restare vicino a quella ragazza, schiava di una sindrome traditrice. Destini che si incrociano e si intersecano. Destini che litigano con parole amare fatte di silenzi e di desideri alimentati ma mai realizzati. Strozzati in gola nel pianto. Destini che solo il coraggio saprà rivitalizzare. Aiutare. E far crescere. L’apparente irresponsabilità di Sophie sarà l’impulso a una vita ritrovata e riconquistata. Da Gabrielle che finalmente è libera di amare Martin. E di Sophie che può rinunciare al fittizio diaframma di Skype come castrante cordone ombelicale che la tiene avvinta al fidanzato. Gabrielle appartiene al filone dei film sulla disabilità. L’ultimo esempio, The special need, era un documentario sullo stesso argomento – la conquista dell’amore – stavolta da parte di un ragazzo autistico. Un genere nel genere, che raramente trova sensibilità giuste e animi preparati. Ma che ci ha lasciato capolavori come l’indimenticato Rain man, con la straordinaria prova di Dustin Hoffman e Tom Cruise. Il viaggio in una diversità a metà strada fra la patologia e la sensibilità è spesso respingente. Ma, come tutti i pensieri che sono lontanissimi dalla nostra anche superficiale immaginazione, ha pure il suo fascino. Fatto di cose semplici. Concrete. Spesso così irraggiungibili e incomprensibili anche con ogni cromosoma al posto giusto.

 

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