Le specifiche contano poco. Tutti sono tutti. Hai realizzato che non sei speciale.

 

 

 

 

 

La sineddoche è una figura retorica che indica la parte per il tutto. Ma anche il tutto per la parte. La sineddoche usa il singolare al posto del plurale. La sede per l’istituzione. Il determinato per l’indeterminato. In buona sostanza tutti modi di indicare una parte. Al posto di tutto. La figura retorica è tipica del linguaggio scritto. Tutt’al più, parlato. L’etimologia del lemma “retorica” è greca e ha a che fare con la comunicazione orale. Da qui i retori, che parlavano bene. E l’arte del dire. La retorica appunto. Un’arte che può consumarsi. Deteriorarsi. Aggrovigliarsi e accartocciarsi su se stessa diventando quel che, per noi, oggi, è retorica. Il pleonastico. L’inutilmente detto. Alle costruzioni del linguaggio il cinema ha guardato e attinto. La sineddoche, fra queste. Oltre alla metafora. Perfino alla sinestesia, forse la più difficile per la settima arte così a disagio con l’olfatto e, spesso, perfino con il gusto. Per questo probabilmente è scorretto definirle figure retoriche e meglio sarebbe utilizzare la locuzione di figure stilistiche. Perché, in fin dei conti, di stile rappresentativo pur sempre stiamo parlando.

Synecdoche New York di Charlie Kaufman è l’esempio più eloquente dell’uso di questa figura del linguaggio applicata al grande schermo. Il protagonista, Caden – un compianto Philip Seymour Hoffman – è un apprezzato regista e autore teatrale. Incidentalmente, in una seduta dal dentista, scopre che qualcosa in lui non funziona e, in realtà, non capisce se il nemico è dentro o fuori di lui. Certo è che la moglie – una  pittrice – prende la loro figlia e, con il pretesto di una mostra, si trasferisce a Berlino e lo abbandona. Caden precipita nella depressione, trova nuove compagne con le quali non riesce a costruire relazioni durature ma vince un prestigioso premio e con il ricavato decide di allestire una grande produzione sulla sua stessa vita, utilizzando comparse e sosia per lui stesso come protagonista e per tutte le figure che hanno gravitato intorno a lui. In secondo piano un grande demiurgo a metà strada fra il destino, l’onnipotente e il fato.

Il grande tema della vita attraversa tutto il film utilizzando la parte, ovvero Caden, per il tutto, identificato così vagamente in una New York che è la controfigura di ciò che tutto avvolge e abbraccia. Un universo in scala. L’omnicomprensivo. E all’interno di tutto questo il grande discutibile teorema della specificità e dell’individualità come non valore. Non pregio. Ma come sommatoria invece di una serie di addendi costituita da tutto ciò che rappresentano e hanno rappresentato le persone a vario titolo entrate nell’esistenza e nella quotidianità di ognuno. Il protagonista è insomma il paradigma di questa teoria. E nella desolazione di una New York in preda all’abbandono e alla fine, una New York con scenari post atomici, il singolo e umano Caden arriva alla fine del suo percorso terreno. Scoprirà di avere piccole parti di tutti quelli che ha incontrato e avuto. La moglie. La figlia. La seconda compagna. La bimba avuta da lei. L’amante. E l’universo mondo.

E’ la parte per il tutto e il suo capovolgimento. Il tutto per la parte. Perché la formulazione del teorema è bilaterale. E ogni mondo comprende un’infinità di altri mondi. Possibili o reali. Nelle vesti di ciascuno di noi. Ciò che il film non dice, non sonda, non scruta, non approfondisce è il passo ulteriore. Ovvero quanto questa complessa composizione umana, frutto di apporti diversi provenienti da altri esseri viventi, non conduca a infinite specificità. Uniche e irripetibili, come ebbe a definirle Giovanni Paolo II in una prospettiva confessionale. Religiosa. E mistica. Qui totalmente assente. E’ la sineddoche che il regista non affronta. Forse, è la sineddoche che verrà.

Synecdoche New York è un film del 2008, proiettato al Festival di Cannes di quello stesso anno e giunto in Italia solo nel 2010 nel Biografilm festival che quell’estate gli diede un passaggio sul grande schermo. Approda in Italia con sei anni di ritardo per problemi connessi ai diritti e questo spiega perché vediamo uno dei volti più popolari del cinema degli ultimi anni Seymour Hoffman, pochi mesi dopo la sua morte ancora avvolta tra molte incertezze e quesiti irrisolti. Charlie Kaufman, il regista, è invece una figura importante come sceneggiatore per essere stato il padre di due fra i più celebri film di Spike Jonze (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee) e altrettanti di Michel Gondry (Se mi lasci ti cancello per cui ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 2005 e Human nature). Il denominatore comune a tutti è il mistero della vita e la ricerca del sé, il labirinto in cui vaga, padrona di sé, Catherine Keener, legata ai film di Jonze e Gondry dei quali è protagonista ricorrente. Labirinto in cui invece si è perso Philip Seymour Hoffman.

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