Ma cosa fanno questi uomini dagli occhi allungati…

 

 

 

 

 

 

Passato e presente che s’incrociano. S’intersecano. Si accavallano. Si sovrappongono, perfino. E si confondono. Lo ieri di un’antichità romana. Gli anni dell’imperatore Adriano. L’oggi affidato a un’aspirante disegnatrice dagli occhi a mandorla. Giappone profondo. Tokyo. Una vita di speranze nel futuro. E di neanche tanto cortesi dinieghi della quotidianità. Poi la rivoluzione. Un uomo che piove dal nulla. Accompagnato dall’acqua, elemento costante di un transfert inarrestabile sulla linea del tempo.

Thermae Romae di Takeuchi Hideki è un viaggio che oscilla tra duemila anni e oltre. Mangiati e ingoiati come fossero nulla. Dallo scarico delle terme dell’era adriana a una sauna bimillenaria con tutti i confort. E poi ancora. E ancora. Attraverso tutto ciò che è acqua. Sorgente rigeneratrice e fonte di vita. Oltre che di ispirazione per quel Lucius Modestus, di professione architetto e inventore, che sfrutta i suoi trasferimenti nel tempo e nei millenni per portare nell’antichità ciò che nell’attualità è ormai oggetto d’uso consolidato e acquisito. E così la carta igienica viene scambiata per una pergamena. L’orinatoio viene studiato nel dettaglio per riprodurlo nelle terme adrianee. E perfino il cerchio per non farsi cadere negli occhi il sapone e il getto delle docce. Oltre alle docce stesse.

Tutto è un’invenzione. Un adattamento. Ma non si pensi che nel film di Hideki ci sia solo questo. E sia solo una banale trovata tutta da ridere. C’è un alito di storia. L’antichità ricostruita. Il confronto fra chi vive l’emergenza politica di una Roma caput mundi che rischia il tracollo e la realtà di chi sa come sono andate le cose. Un confronto di tempi e idee.  Un intreccio curioso e gustoso, in cui l’attenzione viene catturata e mantenuta lungo tutta la narrazione che trasporta del presente al passato anche uomini e donne del XXI secolo, divertite a vivere quell’evo lontano. Lo scacco sta proprio in questa cesura in cui raccontano con tono dimesso ai protagonisti affranti lo scampato pericolo. Nella sostanza, la successione al trono che sembra sorridere al figlio dell’imperatore, inetto e donnaiolo, a svantaggio invece del luogotenente assennato. Come potrebbe finire un’avventura condotta su questi sconcertanti e originalissimi binari è impossibile prevedere. Ma la verità è un’altra ed emergerà con chiarezza. Thermae Romae è infatti un manga  – cioè un tipico fumetto  nipponico – che porterà quella sconosciuta disegnatrice a una fama inattesa e forse persino insperata.

E se la fanciulla trova finalmente lavoro in una Tokyo dove tutto sembra meno roseo di ciò che può sembrare dall’altro capo del mondo, il film risulta davvero una commistione italo-giapponese in ogni suo risvolto. Girato interamente a Cinecittà, con ricostruzioni occasionali di contesti orientali, le scene sono affollate di comparse italiane insieme alle quali compaiono due ordini di personaggi. Giapponesi dagli inconfondibili lineamenti e altri orientali con volti meno marcati dal taglio orzzontale degli occhi. Questi ultimi sono adibiti ai ruoli degli antichi romani insieme alle comparse nostrane, mentre gli altri finiscono per recitare in vesti orientali nella Tokyo moderna. In buona sostanza un incrociarsi di destini che si completano in chiave cinematografica, dove il genere del peplum sembra fondersi con la commedia dei nostri giorni. Nulla di orientale c’è invece nella colonna sonora dedicata al pubblico che ama la lirica con moltissime concessioni verdiane fino alla celeberrima Marcia trionfale dell’Aida.

Il manga di Thermae Romae è invece opera di Mari Yamazaki che si è aggiudicata il prestigioso Manga Taisho awards nel 2010. Per i gusti occidentali, tuttavia, il film resta qualcosa di avulso e difficile cui adeguarsi, proprio per quella stranezza di fondo che a suo modo contraddistingue il cinema giapponese e quello orientale in generale che invece tanto piace e seduce l’attenzione della Tucker, produttrice del film.

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