Quando metti le mani addosso a una donna, gli affari tuoi diventano anche miei.

 

 

 

 

La fornace è un inferno. Sforna metalli. Vi si lavora con un impegno che costa fatica. Lacrime e sangue. Il sudore, quello, non c’è. Anche se la fornace ha fiamme vere. La vita è di quelle che si vorrebbe scappare, ma il lavoro, si sa, è lavoro. E Russell Baze è tipo di quelli che non fuggono davanti ai doveri. Nulla lo preoccupa, anche se lo intimorisce. Un padre al capolinea. Un fratello reduce dall’Irak che ha segnato la sua mente. Non un fisico da ex pugile che ha sete di vendetta. E di combattimenti. Quelli squallidi delle scommesse clandestine. All’ombra di una radura nel bosco. Dove ci si picchia a sangue e non vince mai il migliore. Ma chi deve vincere per far affluire verdoni nelle tasche del capo. Drogato. Picchiatore. Implacabile. Irascibile. E l’unica anima femminile che ama è la violenza.

Il fuoco della vendetta di Scott Cooper, il regista di Crazy heart che nel 2010 vinse due Oscar per la miglior recitazione maschile di Jeff Bridges e per la miglior canzone originale. Questa è la sua seconda regia accanto a nomi di tutto rispetto. Come Christian Bale nei panni di Russell. O Casey Affleck, fratello di Ben, nel ruolo del reduce. E Zoe Saldana la fidanzata di Russell. Willem Dafoe nei panni del manager strozzino. E Forest Whitaker pingue e compassato sceriffo che ruba la donna a Russell. Oltre a Woody Harrelson – il Larry Flint di Milos Forman – nelle vesti del cattivo più cattivo che c’è. Naturalmente nel titolo di questo film sta già scritta la fine della favoletta, peraltro non molto diversa da tante altre pellicole dello stesso tenore. Verrebbe quindi da pensare che la seconda fatica di Cooper alla macchina da presa sia da considerarsi qualcosa che scorre via senza lasciare traccia. Invece, se dal punto dell’intreccio narrativo c’è ben poco da rilevare, non è sottovalutabile l’impegno della caratterizzazione.

Il fuoco della vendetta è uno spaccato dell’America degli sconfitti. Le ferite psicologiche, più che fisiche, di chi torna dai conflitti negli altri continenti. Il frastuono delle bombe che continuano a scoppiare nel cervello di chi è tornato. A capofitto nel baratro della rinuncia. A vivere. E della sola capacità di offendere dopo anni passati a sparare sapendo che dietro ogni colpo c’è un pizzico della propria salvezza. E della propria protezione. Pallottole che non restano più in canna nemmeno quando si torna alla pace. E sono anche le piaghe sanguinanti della feccia. I delinquenti. I boss da strapaese. Gli affamati del soldo. Quelli che una vita non vale nulla. Massacrare o sparare è l’unica valvola di affermazione.

Ma è anche l’America degli umili. Dei tartassati. Quelli che finiscono in galera per il reato più stupido. Guida in stato di ebbrezza. E finiscono coinvolti in un incidente in cui anche da sobri sarebbero stati risucchiati. Il peccato universale nasce lì e poco conta se il malcapitato assiste con scrupolo il padre morente. Lavora con onestà. E rivorrebbe soltanto il cuore di quella fidanzata eclissatasi proprio durante i brevi mesi della sua galera. E’ l’America di una donna insoddisfatta che consegna la sua vita a un marito di colore sceriffo della città ma che continua ad affidare il suo cuore a quell’amore che sa di passato. E di molti errori. Il fuoco della vendetta afferma per contrapposizione i valori in cui crede l’America vera. Famiglia. Amicizia. Onore. Quello che nella piccola comunità di Braddock in Pennsylvania si è perso da tempo. Quello che tutti vorrebbero ma nessuno sa dove andare a cercarlo. E soprattutto trovarlo. Il gioco è nel capovolgimento. Nel tentare di presentare un paradiso ipotizzato attraverso il suo opposto. L’inferno. Con i contorni della fornace.

 

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