Un uomo di chiesa dovrebbe essere di esempio, anche in una comunità rurale

 

 

L’inverno in Cappadocia non perdona. I camini delle fate si vestono di neve. Il freddo sprizza le guance ed entra nelle ossa. Solo una lepre resiste. Può resistere. Finché uno sparo nell’atmosfera ovattata… Ricorda il proiettile del Sospetto, questa fucilata. Ma, rispetto al film di Vinterberg, è diversa. Là era il pregiudizio. Il colpo a vuoto. Lo zero al quoto. Ne Il regno d’inverno del turco Nuri Bilge Ceylan, palma d’oro a Cannes, è la soppressione dell’innocente. La protervia. L’arroganza dell’uomo con l’arma. E sono infinite le armi nelle mani dell’uomo. Il fucile è metafora del denaro. Ricchezza. Eco del fascino. Parola affabulatoria. Tensione. E scacco matto alla regina. La lepre è anch’essa in traslato. La regina senza trono. Quella che sposò un uomo più anziano e ne divenne vittima e strumento. Suo malgrado.

L’amore.  Puzza di amore, Il regno d’inverno. Ed è un amore sbagliato. La donna giovane e l’affascinante  grigio perla maschile. Un cuore che col tempo si spezza. S’incrina. Scricchiola. E resta, ma da una parte sola. Quella di un lui con il bastone del comando. Ministro con portafoglio che mantiene nel suo piccolo labirinto fantasma lo splendido simulacro di una bellezza nuda. Mediterranea. Insoddisfatta. Donna senza arte e senza parte. Consapevole dei propri limiti e di quell’esilio cui da sola si è consegnata. Ma al quale ha sempre cercato di trovare uno sfogo e una valvola di sicurezza. Una via d’uscita da un dedalo che, di uscite, non ne aveva. E non ne ha. L’amore si svuota. Come una bottiglia dalla quale si attinga. Senza mai ricaricarla. Esausto amor muliebre. Puzza di un sentimento fraterno, ammalato di insoddisfazione. Lei è una donna separata. Lui un separato in casa. Lei attacca l’uomo e il pensatore. Lo scrittore. L’attore che fu. I suoi scritti. Il suo scrivere. La sua platea. La spocchia del suo elitismo. E lancia la provocazione. “Se lasciamo che i malvagi compiano la loro opera di malvagità, forse se ne vergognerebbero e non la porterebbero a termine”. La replica è ugualmente un azzardo. “Già… Come se Hitler dicesse che gli ebrei, nei campi di concentramento, ci sono andati da soli. E che potevo fare, mandarli a casa…”. Mondi immondi. Mondi distanti come quelle due frasi.

L’arroganza. Il dominio che sa di chiuso. Come le stanze dell’albergo “Otello”. Sotto i camini delle fate. Dove un ex attore tiene sotto scacco una regina. Moglie senza indipendenza. Come certe dame di un Settecento lontano catapultate nel terzo millennio in una Göynūk qualsiasi. Alla periferia della Cappadocia più pittoresca. Dove l’associazione benefica che costituisce la sua unica ragione di realizzazione individuale finisce scandagliata da quel monarca dai miti lineamenti. Ma dall’invasione profonda. L’uomo che butta in faccia alla sorella la sua pochezza. “Non hai più amici. Non hai amiche. Non hai un marito. Perché tutti scappano dalla tua cattiveria di attaccare gli altri senza ragione e senza moderazione”. Il tallone del fort che preme il debole. Come il pignoramento spedito agli affittuari insolventi. Un imam all’improvviso rimasto senza averi che non siano i debiti di un affitto da pagare. Un fratello ubriacone e manesco che ha accoltellato uno sconosciuto e ha perso il lavoro. Un’anziana madre che rivuole il suo televisore per sentire i programmi sacri. E un nipote che non ha perdonato quell’uomo per gli ufficiali giudiziari, andati fin con le sue cose. Tutte.

La carità. Ha due facce come il proprietario dell’albergo e delle vite là contenute. La carità pelosa del marito che copre di soldi la moglie abbacinata dalla sua pochezza. Invasa del proprio nulla. Mortificata da tanti sogni traditi. E all’improvviso svaniti. Carità pelosa di uno sproposito vomitato su una causa cui il benefattore non crede. Una carità che profuma di oltraggio. Irridente evasione. Ridicolo sopruso. E una carità che nasconde la ritorsione. E provoca la vendetta. Con quella busta più somigliante a un malloppo che non a un dono, va di soppiatto a casa dell’imam insolvente. E a sua volta fa un presente. E’ la carità dell’oltraggio. Alla memoria di un marito che ignora dove finisca il suo denaro. La centrifuga di una coscienza che rifiuta denaro denigratorio di quella stessa attività cui era indirizzato. E brutale vendetta. Il fratello ubriacone dell’imam snocciola che cosa sarebbe stato giusto fare con quella ricchezza. Ma la getta nel fuoco. E la donna, vedendo incenerirsi quei soldi cui aveva rinunciato, perde se stessa. Vede estinguersi l’oltraggio. Fatto e subito. Prova il sapore amaro dell’arroganza. E il desiderio di schiacciare sotto il piede chi non aveva capito la “bontà”.

Il ricordo. Ha il viso dell’arte. E i contorni sfumati di un inverno in Anatolia. Il passato di un ex attore che conserva i manifesti di Caligola di Camus e Antonio e Cleopatra di Shakespeare. La foto di Omar Sharif quando girò Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeiron, girato a due passi da casa. L’eco sorda di un palcoscenico dove le scarpe non fanno più rumore. “Ero un talento mediocre” riconosce quel padre-padrone, formato padrino che annusa il riscatto nella scrittura. In una storia del teatro turco, “perché nessuno la ha mai scritta”.

La fede. Un dio a molti volti che ha i lineamenti di Allah. Se occorre. Se non occorre, non fa nulla. Anche Allah può attendere. Non importa. Il rimprovero cade nel campo della discrezionalità. Laddove non c’è legge. “Ai funerali di tuo padre e tua madre non hai versato neanche una lacrima. E nemmeno dopo”. Ma in realtà “si può piangere in molti luoghi”. Anche in camera caritatis di un albergo sperduto nel cuore della Cappadocia. Si può far finta che un imam non sia un imam. E che la moschea non esista. Ma si può compiacere anche Allah in un ateismo imperante. E guardare senza vedere. O vedere senza guardare. E chiedere perdono. Come dopo uno sparo inutile. Una fuga per lasciar libera la donna dalla quale non si è amati. E tornare implorando il perdono. Riconsegnarsi ad essa come servitore e schiavo. E ricominciare a scrivere.

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