Mio papà era un glottologo e mi ha insegnato molte lingue. E’ stata l’unica cosa buona che ha fatto.

 

 

 

 

Rydal è un’umile guida turistica, Chester un facoltoso ed elegante uomo d’affari. Entrambi americani. Entrambi in trasferta. In Grecia. Uno per lavoro, l’altro in vacanza. In mezzo, una donna bellissima che ha il volto e la voce di Kirsten Dunst, contesa per l’occasione da Oscar Isaac e Viggo Mortensen. Premesso questo è già chiaro tutto il resto e ciò non depone a favore del film, I due volti di gennaio di Hossein Amini, che non è disprezzabile ma ha l’insostenibile leggerezza della prevedibilità.

Due uomini che si contendano il cuore di una donna è storia vecchia quanto il mondo e forse perfino stucchevole, oggi che il mondo ha doppiato i 2014 anni per i cristiani e i 5775 per gli ebrei. Anche se solo da 120 esiste quella macchina che fabbrica suggestioni e si chiama cinema. Affondare così indietro nel tempo le radici del discorso non è casuale, se si considera che l’intreccio muove dall’Acropoli ateniese e dal Partenone in particolare, rappresentazione inconsapevole di una storiella che da allora a oggi ha cambiato molti volti ma poca sostanza. Eppure la pellicola è avvincente, se non altro per la curiosità di vedere quali colpi riserva l’avventura. Legittimo, considerando che l’opera di Amini è ispirata al romanzo di Patricia Highsmith, uscito nel 1964, in Italia pubblicato da Bompiani (pp. 283, euro 7,80). E con lo stesso titolo. D’altronde lo spudorato truffatore Tom Ripley – creato dall’autrice americana, poco apprezzata in patria e morta a Locarno nel 1995 – ha attraversato il cinema in largo e in lungo. Da Delitto in pieno sole di René Clément al Talento di Mr Ripley di Anthony Minghella. Da L’amico americano di Wim Wenders al Gioco di Ripley di Liliana Cavani.

L’attesa insomma è giustificata e il ritmo veloce e sorprendente si conferma in tutto il suo vigore. Sangue e bugie si succedono per poi dipanarsi lentamente. Eppure la partenza è in sordina. Il quadro generale è di diffusa gentilezza e bontà che non lascia minimamente prevedere il turbine di agguati e aggressioni in arrivo. Se ne salverà soltanto uno. E, trattandosi di un film di avventura, non scendiamo nei dettagli per non togliere interesse a chi fosse intenzionato ad andare a vederlo. Si è parlato di thriller psicologico per gli amanti della classificazione, sia per quanto riguarda il romanzo della Highsmith sia per la pellicola di Amini, ma francamente di psicologico c’è assai poco in una dinamica accelerata ma che ha un andamento tutto sommato lineare. Nessun balzo indietro nella narrazione. Nessuna divagazione che alteri lo scorrere progressivo dell’intreccio. Sono perfettamente rispettate le regole della consequenzialità.  Quanto ai personaggi è davvero difficile pensare a uno scavo intimistico. La carte sono fin troppo scoperte ed esibite, tuttavia le tensioni che attraversano le varie circostanze producono effetti di sorpresa e anche incongruenti alterazioni della verità a proprio danno. Come quando il cattivo si assume colpe per salvare l’onorabilità del buono. Melensa tristezza.

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