La Grotta in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso

 

 

 

 

Calco di una definizione della scrittrice Anna Maria Ortese, Il giovane favoloso  è il poeta italiano per eccellenza. Giacomo Leopardi. Alla sua vita è dedicato ora questo film di Mario Martone, un “biopic” come si ama dire di questi tempi. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, la pellicola spazia sull’intera esistenza del recanatese, dalla nascita alla morte. Una parabola che utilizza diversi filtri. Silvia, l’amata tessitrice che muore di tisi “quando beltà splendea”. Il conte Monaldo che trasforma Palazzo Leopardi per i figli in una prigione fatta di libri e di letteratura. Gli occhi di Pietro Giordani come finestre aperte sul mondo per Giacomo che non vede l’ora di uscire da mura che gli vanno strette. L’affetto di Antonio Ranieri che lo affianca nell’ultima parte della sua esistenza quando, ormai deforme e vicino al tramonto, nonostante i soli 39 anni, si spegne sotto il Vesuvio. L’amore distaccato di Fanny Targioni Tozzetti, più incline a compiacere Ranieri che non il poeta.

Ma soprattutto i meravigliosi versi delle liriche recitate. A piena voce. Nel buio. Magia assoluta, ma purtroppo di breve, anzi brevissima durata. Due sole vengono declamate per intero – “L’infinito” e “La ginestra” – mentre alle altre vengono soltanto dati fugaci accenni. Disgraziatamente, non potevano mancare sgradevoli cessioni al pecoreccio, in un argomento e riguardo a un personaggio lontano anni luce da qualsiasi risvolto ambiguo e chiacchierato. I vicoli di Napoli che traboccano di ladri e prostitute. Lo scorcio di un bordello dal quale il poeta esce inorridito e impaurito, rappresentano cadute di stile evitabili. Non aggiungono il minimo valore a una ricostruzione che non avrebbe risentito della mancanza di dissolute ambientazioni da bassifondi discutibili. L’incontro di Ranieri nella casa chiusa, che sembra lasciar intuire una sorta di catechizzazione di ambigui simulacri di presunta femminilità nei confronti del letterato, appare paradossale quanto inutile. E’ noto che il poeta poco si interessò alle gioie del sesso, ma alimentò uno sfortunato sentimento d’amore sempre rimasto senza riscontri. Prima per Silvia. Poi per Fanny.

Evitabile anche la sciatta superficialità dei detrattori leopardiani. E’ noto che anche all’epoca il poeta lasciò interdetti molti critici e non tutti si profusero negli elogi che invece Giordani ebbe modo a più riprese di tessere sul suo conto. Tuttavia, circoscrivere gli appunti sul conto della sua opera a un pervasivo e accentuato ma pur reale pessimismo appare davvero riduttivo e scarsamente rispettoso della statura di quello che è forse il maggior poeta italiano e uno dei più grandi dell’intero panorama letterario mondiale. Meglio sarebbe stato cercare di spiegare perché quella prospettiva decadente del pensiero leopardiano si scontrasse tanto violentemente con un’opinione pubblica e specialistica diversa. Certo non è semplice, attraverso un film diretto a un pubblico frastagliato e con interessi diversi, tuttavia sarebbe risultato più istruttivo.

Poco importa invece stabilire quanto il film si attenga effettivamente all’uomo. Cioè alla vita vissuta dei protagonisti. Il cinema, si sa, non ha l’obbligo di risultare la “copia” anastatica della realtà, ma ha maggiori responsabilità nel ricostruire un clima e una temperie. In questo senso, Il giovane favoloso centra l’obiettivo e sicuramente risulterà gradito a quanti in televisione amano lo sceneggiato. L’incontro con il film di Martone è l’occasione di avvicinarsi a un personaggio dallo spessore immenso, ma per molti versi difficilmente familiare per infinite ragioni. La complessità delle sue liriche che, durante l’approccio scolastico, può risultare assai ostico a chi non fosse davvero appassionato. La natura stessa della poesia, un genere di altissimo pregio e prestigio, ma assai selettiva nel pubblico dei lettori. Una minoranza legge volentieri una composizione in versi rispetto a qualsiasi forma di prosa. Il tono assolutamente cupo dell’universo leopardiano, distante  dal desiderio di rilassamento mentale di un lettore medio.

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