Le bugie di chi si ama sono la più bella dichiarazione d’amore

 

 

 

 

 

Rue de… Periferia est di Parigi. Periferia di qualsiasi periferia. Un palazzo come mille altri. Crepe che sanno di fenditure psicologiche più che nervature su muri fragili. O terreni cedevoli. Sussulti instabili. Scosse occulte. Interne agli animi. E brandelli di muri che ritraggono inquietudini. Lacerazioni striscianti. Un uomo contro il suo passato. Un altro contro il suo presente. Una donna malata di ansia. Un marito incapace di sopportarne gli sbalzi. Un ex calciatore cocainomane. Un ex musicista, anch’esso drogato. Un mondo… stupefacente.

Piccole crepe, grossi guai di Pierre Salvadori  è un titolo centrato che a suo modo assimila le lesioni murarie a metafora di psiche dilaniate. Tuttavia la versione originale francese è altrettanto eloquente, Dans la cour, cioè “in cortile”, è il luogo dove si affacciano tensioni esplosive che nessuno specialista è in grado di curare. Antoine è un ex musicista che, doppiati i quaranta, molla tutto. Vagabonda e, in preda a una strana forma di delirio pilotato, trova lavoro come custode. Dipende dalla polvere bianca e fa subito amicizia con un altro sbandato come lui. Un ex calciatore che vive di espedienti, rubando biciclette e accumulandole in cortile, in attesa di rivenderle. Ne ha accatastate a decine, provocando l’ira di un dirimpettaio politically correct, di quelli che hanno mandato a memoria il regolamento condominiale e ne citano gli articoli come ave Maria. Una forma di pazzia anch’essa. Esplosiva. Come quando si affaccia alla finestra per ululare, tentando di stanare il cane che è convinto si nasconda in un locale comune.

Ben rintanato, vi ha trovato rifugio un altro psicotico del terzo millennio, un violento che ha scovato il modo di donare equilibrio a traballanti sensi, facendo proselitismo per una setta religiosa, a metà strada fra truffa e la follia. Un tale che gira con un cane più ingombrante che minaccioso, ma di gran lunga più intelligente degli inquilini di rue de… Dove abita anche una donna, suggestionata da una crepa in salotto, che per placare le sue ansie non solo rende nota la notizia al quartiere intero, ma ordina un sopralluogo tecnico ai geologi dell’arrondissement. Madame Mathilde (Catherine Deneuve) non paga, organizza un’assemblea che genera il panico. E mette sottosopra anche la calma placida di un marito paziente, ma stanco di colpi di testa. Il film finisce con la stessa dinamica con cui un manicomio ritrova la quiete. Un dramma. E costringe a riflettere, per quanto possibile, scavando nella cervice e nella psiche a mani nude. Cercando una lucidità e quel baricentro compromessi da piccole grandi crepe minacciose.

Il sibilo di una sirena penetra e spacca cervelli. Ma ancor più li devasta l’irreparabile disgrazia. Quel misero mondo si ferma un attimo. Poi tutto tornerà come prima, ma con qualche consapevolezza in più. Madame Mathilde scoprirà che certe crepe sono più esteriori che reali. L’ex calciatore, che un giorno segnò un goal a San Siro e poi si fece male, comprenderà che la cocaina fa danni. Il portinaio, in fuga da una moglie mai arresa, troverà la pace. E le biciclette resteranno impilate in attesa di un compratore incauto. Mentre le rose continueranno a fiorire. Piccole crepe, grossi guai è metafora di quella strana forma di schizofrenia che non consente di dare il giusto peso alle cose. Ma, travisandone cause ed effetti, si finisce risucchiati. Perché alla fine il grosso guaio di quella piccola crepa è la conclamata follia che proietta in una non dimensione una minuzia della vita di sempre. Magari già viziata in origine da forme diverse di insoddisfazione. Le ambizioni falciate. Non avere un ruolo. E nemmeno affetti. La mania delle regole. Un passato di tracotanza da cancellare con un’altra forma di prevaricazione. Bugia e follia, insomma. Ingredienti insostituibili di una vita qualsiasi. In un palazzo qualsiasi. Di una qualsiasi periferia di qualsiasi Parigi.

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