Dodici anni di vita. Dodici anni qualsiasi. Come tanti. Il bello e il brutto dei giorni. Delle sorprese. Delle sensazioni. Dei mutamenti. I propri e quelli degli altri. Vita e vite. Normali. Forse troppo normali. Forse troppo straordinarie. Eppure Boyhood di Richard Linklater è film di livello alto. Apprezzato dai cinefili, forse meno da qualcun altro che al cinema chiede solo lo stupore. O mondi soprannaturali. Galassie e Mazinga senza Dio armati per la guerra contro altri universi. In Boyhood i mostri sono i fidanzati troppo sbagliati. Perché sbagliare si può, ma guai eccedere. E ne sa qualcosa Patricia Arquette, sposa e madre giovanissima che vola verso il divorzio. Lei che, fuori di finzione, ne ha suonati tre in vent’anni. Sullo schermo invece i successori al suo cuore sono il peggio. Molto più di quel bambinone che le aveva regalato due marmocchi. Quel papà, mai cresciuto né maturato, che finirà per sposare la donna perfetta. Quella che non sbaglia un colpo. A crescere davvero invece sono i figli. Dai sei a diciott’anni. Storia di una corsa verso la maggiore età. Dodici anni tra l’infanzia e l’età adulta attraverso le tappe dell’adolescenza.

Ecco, Boyhood in fondo è tutto qui. Centosessanta minuti di una saga familiare ai primi del millennio. Chi immagina però di trovarsi di fronte a un indigeribile mattoncino sterile in chiave teen è fuori strada. La pellicola è un esperimento riuscito – anzi riuscitissimo – di un regista fra i più perfezionati e innovativi di questi tempi. Perché la peculiarità del film non sta in un racconto che tuttavia affascina per la spontanea genuinità di reazioni e impressioni. Colpi di scena e colpi di testa. Ambizioni e desideri. Ma nella sua tecnica realizzativa. Il segreto di Linklater è di aver girato con gli stessi attori spezzoni del film nell’arco di dodici anni. Niente trucco e parrucco per invecchiare volti o ringiovanire lineamenti. Per alterarli a seconda delle necessità. Viene filmato il tempo che scorre e lascia la sue tracce. I segni. Le impronte. Negli occhi e nei corpi. Negli atteggiamenti e nei gusti.

Il regista, in buona sostanza, riprende un cambiamento. Un’operazione coraggiosa che mai prima d’ora era stata portata a termine. E oggi è nel curriculum di Linklater, il quale peraltro aveva già fatto le prove generali di questo riuscito esperimento. Prima dell’alba (1995), Prima del tramonto (2004) e Before midnight (2013) sono tre film distinti con gli stessi protagonisti, Ethan Hawke e Julie Delpy, nei panni di una coppia che attraversa i diversi stadi del proprio amore. In Boyhood il regista compie un ulteriore passo, fondere i tre stadi in un unico film. Il protagonista maschile è sempre Ethan Hawke, già collaudatissimo negli schemi di Linklater, mentre il ruolo femminile è di Patricia Arquette, incuriosita nella veste di una madre in divenire. Con i suoi limiti e le sue delusioni. Passioni e frustrazioni. E un passato da buttar via. Ai due attori si affianca la figlia biologica di Linklater, Lorelei, nei panni della ragazza e Ellar Coltrane, in quelli di suo fratello.

Per tutti vige la stessa regola, dodici giorni divisi uno per anno. Il copione è studiato nel dettaglio ma ciò non toglie che idee e “invenzioni” dell’ultim’ora possano scompaginarne l’ordine. Poi arrivederci all’anno successivo, scandito da un evento celebre. L’elezione di Obama. Le canzoni di Britney Spears. E’ anche così che si cresce. Finché quei ragazzini arrivano all’università. Finché il film di Linklater ci porta all’università di una cinematografia che non c’era. E adesso c’è. Andando per gradi. Prima con la trilogia a intervalli di quasi otto anni fra un lavoro e l’altro. Poi con la prova definitiva. Ecco, Boyhood, in fondo è tutto qui. Ma non è affatto poco se nessuno, prima d’ora aveva pensato di congedare i truccatori e lasciare che sia il tempo, il calendario, a impostare i suoi ritmi. A lasciare il segno. Ecco, Boyhood, in fondo, è soprattutto qui. Una frontiera superata. Una conquista raggiunta.

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